Felice Beato

Felice Beato

Felice Beato

Felice Beato

Felice Beato nasce nel 1833 (o forse nel 1834) nel protettorato inglese di Corfù e pertanto è cittadino britannico, anche se di origine veneziana. Si dedica alla fotografia probabilmente dopo aver conosciuto a Malta il fotografo James Robertson nel 1850 ed averlo accompagnato a Costantinopoli nel 1851. Di certo i due iniziano a lavorare nel 1853, formando una coppia chiamata “Robertson & Beato”; nell’anno successivo si unisce a loro Antonio, fratello di Felice, per effettuare spedizioni fotografiche a Malta nel 1854-1856 e in Grecia e Gerusalemme nel 1857.

Felice Beato

Felice Beato

I due riprendono circa sessanta immagini della guerra dopo la partenza di Roger Fenton, fotografando in particolare la caduta di Sebastopoli nel settembre 1855. Nel febbraio 1858 Felice Beato giunge a Calcutta ed inizia un lavoro di documentazione delle conseguenze della Ribellione Indiana del 1857. Nel marzo del 1860 arriva in Cina per fotografare la spedizione militare. Fra le sue riprese ve ne sono molte di cadaveri, che, si dice, fin dai tempi dell’India egli facesse disporre in maniera scenografica per aumentare l’effetto drammatico.

Sta di fatto che nel Regno Unito le fotografie di Beato saranno poi utilizzate anche per giustificare la guerra dell’oppio e altre guerre coloniali. Alcune di queste fotografie sono l’unica documentazione esistente di fabbricati che di lì a poco saranno distrutti dalle truppe inglesi per rappresaglia contro la tortura e l’uccisione di venti membri di un gruppo diplomatico anglo-francese.

Felice Beato

Beato è molto attivo e costituisce un corposo archivio di negativi, che però nel 1866 viene distrutto assieme al suo studio nel grande incendio che devasta la città di Yokohama. Nel 1871, non più in società con Wirgman, è il fotografo ufficiale di una spediziona navale statunitense in Corea e nel 1873 viene nominato Console Generale per la Grecia in Giappone. Felice Beato e uno dei pionieri delle riprese fotografiche e del fotogiornalismo, soprattutto del reportage di guerra.

Felice Beato

Felice Beato

Felice Beato

 

Franco Fontana

Franco Fontana

Franco Fontana

Franco Fontana

Franco Fontana e’ uno dei fotografi italiani contemporanei piu’ celebri a livello internazionale. Nato a Modena nel 1933, comincia a fotografare a livello amatoriale nel 1961. Fin dall’ inizio si dedica ad una  ricerca estetica focalizzata sull’ espressione astratta del colore. Tiene le sue prime esposizioni pesonali nel 1965 a Torino e nel 1968 a Modena. Da quel momento la sua carriera sara’ un susseguirsi di successi, coronata da mostre nei piu’ importanti musei a livello mondiale, numerosi premi i e collaborazioni con istituzioni culturali ed aziende di rinomanza mondiale.

Franco Fontana

Franco Fontana e’ un fotografo eclettico, che si e’ cimentato  con successo in vari generi fotografici. Ma  la sua  ricerca si e’ focalizzata soprattutto sull’ utilizzo del colore e delle geometrie. La scelta dei soggetti, che siano paesaggi rurali, industriali o urbani, risulta sempre secondaria rispetto ai due protagonisti delle fotografie di Fontana : il colore e la geometria. Attraverso queste due “leve”, che Fontana maneggia da maestro, le fotografie dei suoi paesaggi non si limitano a rappresentare la realta’, ma ne creano un’astrazione fatta di colori forti, quasi esagerati, e linee nette e marcate.

Franco Fontana

In un’ epoca in cui si ricercava l’astrazione quasi esclusivamente attraverso il bianco e nero, Fontana invento’ un linguaggio nuovo, elegante ed unico, subito apprezzato a livello mondiale. Cosi’ racconta la sua predilezione per il colore in’intervista al National Geographic : ”Fotografo il colore perché fortunatamente vedo a colori: ritengo il colore più difficile del bianco e nero, che è già un’invenzione perché la realtà non è mai accettata per quello che è a livello creativo e conseguentemente va reinventata. Il mio colore non è un’aggiunta cromatica al bianco e nero ma diventa un modo diverso di vedere, essendomi liberato da quelle esigenze spettacolari che hanno caratterizzato la fotografia a colori, accettando il colore come un traguardo inevitabile nell’evoluzione della fotografia.”

Franco Fontana

Franco Fontana

Franco Fontana

Franco Fontana

 

Fratelli Alinari

Fratelli Alinari

Fratelli Alinari

Fratelli Alinari

Nel 1854 i Fratelli Alinari, LeopoldoRomualdo (1830-1899), e Giuseppe (1836-1890) costituiscono una società e da questo momento le loro fotografie recano il timbro a secco ‘Fratelli Alinari Fotografi, Firenze, presso Luigi Bardi’. La produzione di questo periodo si concentra principalmente su panorami, vedute e monumenti, soprattutto di città toscane ma anche di tutta Italia.

Fratelli Alinari

Nel 1861 gli Alinari partecipano all’Esposizione Italiana di Firenze con ben trentacinque opere e continuano a lavorare nel campo delle vedute e delle riproduzioni d’arte, tanto che decidono di fondare lo Stabilimento Fotografico Alinari: la produzione acquista sempre maggiore impulso e vengono scattate migliaia di fotografie in tutta Italia privilegiando le opere d’arte e l’aspetto monumentale delle città. Dopo la morte di Leopoldo, i fratelli continuano ad occuparsi dello stabilimento fino al 1890, quando la gestione dell’azienda passa a Vittorio (1859-1932), figlio di Leopoldo.

A partire dal periodo della direzione di Vittorio, l’attività editoriale dell’Alinari, già praticata con regolarità dal 1888, conosce un nuovo impulso, parallelamente a quella fotografica che viene incrementata attraverso nuove campagne di documentazione artistica e architettonica sul territorio italiano e all’estero. Dal 1893 la Fratelli Alinari si occupa delle edizioni artistiche, spesso ricorrendo ad una raffinata procedura di stampa: la fototipia (o collotipia).

Fratelli Alinari

La morte del figlio di Vittorio, Carlo, avvenuta nel 1910 a soli diciannove anni, in un momento in cui si stava avviando alla continuazione dell’attività di famiglia, segna profondamente la vita del padre. Nel 1921, un anno dopo la costituzione della Fratelli Alinari Società An. I.D.E.A., a chiusura di questa parabola artistica e visiva, Vittorio suggella il suo instancabile operato artistico e letterario pubblicando un’edizione dedicata ai luoghi della Divina Commedia, illustranti il ‘paesaggio italico dantesco’: con questa opera conclusiva egli corona definitivamente la sua prestigiosa attività e quella di un’intera famiglia di fotografi.

Fratelli Alinari

http://www.alinari.it/it/storia.asp

http://www.artericerca.com/Fotografia/I%20Fratelli%20Alinari%20una%20famiglia%20di%20fotografi%20-%20Monica%20Maffioli.htm

 

Gabriele Basilico

Gabriele Basilico

Gabriele Basilico

Gabriele Basilico

Gabriele Basilico e’ probabilmente  il fotografo di paesaggi urbani piu’ conosciuto al mondo. Nato a Milano nel 1944, si laurea in architettura nel capoluogo lombardo nel ‘73, ma abbandona subito la carriera per cui aveva studiato per dedicarsi alla fotografia. All’inizio della sua carriera si dedica all’ indagine sociale. A cavallo fra gli anni ‘70 ed ‘80 l’influenza dei suoi studi in architettura si fa progressivamente spazio nella sua fotografia. Nel 1982 presenta il suo primo successo internazionale, Milano, Ritratti di fabbriche.

Gabriele Basilico

Nel 1984 viene “arruolato” dal governo francese per la Mission Photographique de la DATAR, un progetto di documentazione della trasformazione del paesaggio. Basilico e’ l’unico italiano del gruppo di fotografi selezionati, e gli viene assegnata la tematica “Bord de Mer”. Nel 1991 prende parte ad un’ importante progetto sulla citta’ di Beirut, che stava uscendo, devastata, da 15 anni di guerra civile.  Fra le rovine si muovono sei fotografi, incaricati di imprimere nella memoria la devastazione creata dal conflitto libanese : Oltre a Basilico ci sono Rene’ Burri, Robert Frank, Joseph Koudelka Raymond Depardon e Fouad Elkoury. Le fotografie scattate a Beirut segnano  la sua definitiva consacrazione internazionale.

Da quel momento fin alla fine della sua carriera, interrotasi nel 2013 a causa della morte di Basilico, il fotografo milanese realizza reportage su, in ordine sparso, Berlino, Rio de Janeiro, Shangai, Istanbul,la Silicon Valley, Roma, le valli del Trentino, Mosca. Ha pubblicato oltre sessanta libri fotografici personali, ricevuto numerosi premi internazionali e le sue fotografie sono state esposte in tutto il mondo. L’architettura delle aree urbane e le trasformazioni del paesaggio contemporaneo sono l’oggetto  della ricerca fotografica di Gabriele Basilico, che puo’ essere considerato il primo grande fotografo di spazi architettonici, una figura che fino a quel momento non era mai esisitita.

Gabriele Basilico

“ Mi ero dato una specie di missione” racconta Basilico, “testimoniare come lo spazio urbano si modifica. Oggi lo fanno in tanti, negli ultimi dieci anni e’ stato considerato il lavoro piu’ artistico che ci sia, e non c’e’ citta’ al mondo che non venga fotografata”. Ma quando inizia a fotografare, ancora studente universitario , Basilico si dedica al reportage umanistico ed all’indagine sociale, seguendo l’ “‘onda” dei movimenti degli anni ‘60 e l’esempio del suo maestro ed amico Gianni Berengo Gardin. “Erano anni in cui la coscienza politica ti imponeva di uscire e fotografare il “sociale”: manifestazioni, cortei, operai…” Solo in un secondo momento, gli studi di architettura si fecero progressivamente spazio  nella sua fotografia trasformando Basilico in un “misuratore di spazio”, come amava definirsi lui. Ma fotografare gli spazi urbani per Basilico non e’ semplicemente speculazione sull’ armonia delle forme.  Le citta’ di Basilico sono il frutto dell’opera dell’uomo, il risultato delle trasformazioni sociali ed economiche dell’ epoca industriale e post-industriale.   Basilico crea un proprio stile, immediato e riconoscibilissimo per raccontare le citta’: uno stile documentale e analitico con  cui sembra vivisezionare lo spazio urbano creato dall’uomo.

Gabriele Basilico

Le sue foto non colgono l’attimo, non rubano immagini di vita cittadina come quelle di Berengo Gardin o William Klein,  ma riproducono la complessita’ urbana attraverso  uno sguardo aperto e contemplativo che rimanda a  Walker Evans. Nei suoi scatti e’ quasi del tutto assente la figura umana : “ La fotografia d’architettura, nella grande tradizione, e’ sempre senza persone, non ci sono presenze umane perche’ distraggono dalla forma degli edifici e dello spazio”, racconta Basilico. “Tendo ad aspettare che non ci sia nessuno, perche’ la presenza di una sola persona enfatizza il vuoto e fa diventare un luogo ancora piu’ vuoto. Mentre se lo fai vuoto e basta, allora diventa spazio metafisico, alla Sironi o alla Hopper”.

Gabriele Basilico

Le citta’ di Basilico sono il frutto dell’opera dell’uomo, il risultato delle trasformazioni sociali ed economiche dell’ epoca industriale e post-industriale.   Basilico crea un proprio stile, immediato e riconoscibilissimo per raccontare le citta’: uno stile documentale e analitico con  cui sembra vivisezionare lo spazio urbano creato dall’uomo. Le sue foto non colgono l’attimo, non rubano immagini di vita cittadina come quelle di Berengo Gardin o William Klein,  ma riproducono la complessita’ urbana attraverso  uno sguardo aperto e contemplativo che rimanda a  Walker Evans. Nei suoi scatti e’ quasi del tutto assente la figura umana : “ La fotografia d’architettura, nella grande tradizione, e’ sempre senza persone, non ci sono presenze umane perche’ distraggono dalla forma degli edifici e dello spazio”, racconta Basilico. “Tendo ad aspettare che non ci sia nessuno, perche’ la presenza di una sola persona enfatizza il vuoto e fa diventare un luogo ancora piu’ vuoto. Mentre se lo fai vuoto e basta, allora diventa spazio metafisico, alla Sironi o alla Hopper”.

Gabriele Basilico

Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin e’ un fotografo italiano nato a Santa Margherita Ligure nel 1930.  Cresce e studia a Venezia, la sua vera citta’ natale ( come racconta lui stesso, e’ nato in Liguria solo perche i suoi genitori si trovavano in vacanza li’).  Inizia a dedicarsi alla fotografia all’inizio degli anni ’50. Da quel momento non smettera’ mai di fotografare, accumulando cosi’ un archivio fotografico monumentale capace ti raccontare l’evoluzione del paesaggio e della societa’ italiana dal dopoguerra ad oggi. Fin dall’inizio focalizza la sua attenzione su una varieta’ di tematiche che vanno dal sociale, alla vita quotidiana, al mondo del lavoro foino all’architettura ed al paesaggio. Berengo Gardin e’ quindi un fotografo eclettico, apprezzato a livello internazionale, e che e’ stato spesso accostato a Henri Cartier-Bresson per il lirismo della sua fotografia. Ma e’ lui stesso a negare questo accostamento, pur ribadendo il rispetto per Bresson : “Mi dicono spesso che sono il Cartier-Bresson italiano, in realtà sono il Willy Ronis italiano, anche se una delle cose di cui più mi vanto è la dedica in cui Henri Cartier-Bresson mi scrive: “A Gianni Berengo Gardin con simpatia e ammirazione”. Avere l’ammirazione di Cartier-Bresson è il massimo, poi si può morire in pace.”

Gianni Berengo Gardin

La formazione fotografica di Berengo Gardin ebbe una svolta proprio grazie alla Magnum ( anche se indirettamente), di cui Cartier Bresson e’ stato fondatore : all’ inzio deglia anni ’60 un suo parente americano lo mise in contatto con Cornell Capa, che gli fece avere alcuni libri di fotografia: da quel momento stabilisce che la sua fotografia dovra’ seguire le orme dei grandi fotografi di Life e Magnum, raccontando la societa’ con gli occhi di un artigiano votato all’impegno sociale. Di li’ a poco, mentre mostra le sue foto ad suo amico in un bar, incontra un editore che lo fa entrare nel mondo del fotogiornalismo. Da li’ ebbe inizio una carriera da fotografo professionista che lo ha portato a realizzare oltre 200 mostre in tutto il mondo ed altrettante pubblicazioni. Le sue fotografia affrontano varie tematiche, ma l’indagine sociale e’ cio’ che piu’ caratterizza il lavoro di Berengo Gardin: “Il mio lavoro non è assolutamente artistico” racconta Berengo Gardin “e non ci tengo a passare per un artista. L’impegno stesso del fotografo non dovrebbe essere artistico, ma sociale e civile”, spiega il fotografo veneziano.

Gianni Berengo Gardin

Alcuni suoi lavori hanno toccato tematiche veramente delicate della societa’ italiana. Negli anni ’70 realizza Morire di Classe, un reportage sui manicomi italiani che dette risalto alla battaglia combattuta a quel tempo da Franco Basaglia.  Quella documentazione, condotta da Berengo Gardin insieme a Carla Cerati  fu per l’Italia un vero choc. La fotografia entrava di prepotenza all’interno di strutture proverbialmente chiuse e faceva luce – nel vero senso del termine – su condizioni e situazioni che fino a quel momento non dovevano essere mostrate.  “Si era nel Sessantotto. Franco Basaglia si batteva per la chiusura dei manicomi e insieme a Carla Cerati, fotografa milanese, avevamo realizzato delle fotografie per L’Espresso sui manicomi. Vedendole, Basaglia rimase allibito. Si trattava di fotografie mai viste prima in Italia. Così, abbiamo deciso di farne un libro, Morire di classe, che, con l’aggiunta di testi di Basaglia, ha fatto conoscere all’Italia le condizioni tragiche di questi malati.” In questo modo GianniBerengo Gardin, in un testo recente, ricorda la genesi di uno dei lavori più forti, decisi e importanti della storia del fotogiornalismo italiano.

Gianni Berengo Gardin

Recentemente quella documentazione e’ stata di nuovo raccolta nel libro Manicomi. Psichiatria e antipsichiatria nelle immagini degli anni settanta. Ma Berengo Gardin ha toccato anche molte altri temi, dalla vita dei gitani ai piu’ recenti problemi legati al passaggio delle grandi navi nell sua amata Venezia, che lo hanno portato al centro di un aspra polemica con il sindaco della Serenissima. Anche le numerose fotografie di baci per cui e’ famoso, hanno in realta’ un retroscena che svela  l’intento di analizzare un fenomeno sociale : “Quando ero giovane in Italia era proibito baciarsi in pubblico, ti potevano arrestare per oltraggio al pudore. Così, quando sono arrivato a Parigi, dove tutti si baciavano continuamente, sono diventato un guardone. Mi sembrava così strano che la gente potesse baciarsi dovunque: in strada, in autobus, in treno, che ero invidioso e avido di rubare queste fotografie di baci e la sensibilità per i baci mi è un po’ rimasta attaccata, come se fosse ancora proibito farlo in pubblico, mentre adesso per strada ne fanno di tutti i colori, anche troppo oltre il bacio. Ma l’idea romantica del bacio rubato, mi è comunque rimasta, come una volta, quando i baci si rubavano e questo mi interessava moltissimo.

Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo GardinArchivio Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin

L’archivio di Gianni Berengo Gardin

http://www.internazionale.it/foto/2016/05/18/gianni-berengo-gardin-foto

 

Luigi Ghirri

Luigi Ghirri

Luigi Ghirri

Luigi Ghirri

Nasce a Scandiano (Reggio Emilia) il 5 gennaio 1943. Inizia a fotografare nel 1970 lavorando principalmente per artisti concettuali; in questo anno dà il via varie a ricerche personali che verranno successivamente pubblicate con i titoli diversi. Del 1972-1974 è il lavoro “Colazione sull’erba”; nel 1973 realizza “Atlante” e tiene la prima mostra personale a Modena. Lavora inoltre come grafico e nel 1975 è scelto come “Discovery” dell’anno da “Time-Life”; nello stesso anno è pubblicato un portfolio di otto pagine in “Time-Life Photography Year”. Nel 1977 fonda insieme a Paola Borgonzoni e Giovanni Chiaramonte la casa editrice Punto e Virgola, per i tipi della quale pubblica, in Italia e in Francia, Kodachrome (1978) frutto di una ricerca intrapresa all’inizio del decennio.

Luigi Ghirri

Nel 1979 il CSAC dell’Università di Parma gli dedica una grande mostra monografica. Nel 1982 è invitato all’esposizione “Fotographie 1922-1982” alla Photokina di Colonia. L’anno seguente la rivista “Lotus International” gli affida l’incarico di fotografare il cimitero di Modena di Aldo Rossi. Inizia ora un intenso lavoro finalizzato all’analisi dell’architettura e del paesaggio italiano realizzando volumi su Capri (1983), con Mimmo Jodice, l’Emilia Romagna (1985-1986), Aldo Rossi (1987) ; collabora inoltre stabilmente con la rivista “Lotus International”. Svolge anche un’importante opera di organizzazione di progetti espositivi, tra cui “Iconicittà”(1980) al PAC di Ferrara, “Penisola”(1983) al Forum Stadtpark di Graz, “Viaggio in Italia” (1984), mostra itinerante, e “Descrittiva” (1984) per il Comune di Rimini.

Luigi Ghirri

 Nel 1985 pubblica un volume sulle opere di Paolo Portoghesi e porta a termine un lavoro sulla Città Universitaria di Piacentini, l’anno successivo intraprende il progetto di lettura del paesaggio padano “Esplorazioni lungo la via Emilia”. Nel 1988 viene pubblicato il volume “Il Palazzo dell’Arte“, di A.C. Quintavalle, corredato da una sua ricerca fotografica sui principali musei italiani e stranieri. La sua lunga e profonda riflessione sul tema del paesaggio culmina sul finire degli anni Ottanta con la pubblicazione dei volumi Paesaggio italiano e Il profilo delle nuvole, entrambi del 1989. Nel 1991 conclude un lavoro su Giorgio Morandi, che lo aveva impegnato per due anni. Muore a Roncocesi (Reggio Emilia) il 14 febbraio 1992.

Luigi Ghirri

http://www.archivioluigighirri.it/biografia-fotografia-paesaggio/

http://www.doppiozero.com/materiali/luigi-ghirri-chiedi-alla-nebbia

 

Luigi Ghirri

 

Frederick Sommer

Frederick Sommer

Frederick Sommer

Frederick Sommer

Frederick Sommer è considerato uno dei grandi maestri della fotografia del XX secolo. Nacque il 7 Settembre 1905 ad Angri, ma crebbe in Brasile. Trasferitosi in America, conseguì il master in Landscape Architecture  el 1927 presso la Cornell University di New York. Durante gli studi incontrò Frances Elisabeth Watson, che divenne sua moglie nel 1928. Costretto ad abbandonare la professione per la tubercolosi, dopo aver subito un trattamento in Svizzera, si trasferì in Arizona, prima a Tucson nel 1931 e poi a Prescott nel 1935.

Sommer iniziò ad esplorare la possibilità artistiche della fotografia nel 1938 quando acquistò una macchina fotografica Century Universal Camera 8 × 10. Fu un fotografo autodidatta, imparò a cogliere la moltitudine delle forme e delle luci del deserto come fossero un vocabolario essenziale. Sebbene sia noto, soprattutto, per essere un fotografo innovativo e carico di ossessioni, Sommer fu un artista totale capace di spaziare in molte direzioni. La sua opera fotografica è affascinante per la vasta gamma di metodologie e tecniche.

Frederick Sommer

Sommers non ha mai smesso di fissare ogni aspetto, sino a giungere all’astrazione. I paesaggi desertici dell’Arizona vengono ridotti a schemi isolati: paesaggi piatti, privi di un punto focale, che suggeriscono un nuovo modo di vedere. Artefice di alchimie fotografiche, dai fotomontaggi, ai soggetti evanescenti, Sommer lascia un immenso patrimonio di sperimentazione fatto di sovrapposizioni, filtraggi e negativi sintetici.

Frederick Sommer

Frederick Sommer

Frederick Sommer

Il fotografo ha esplorato le possibilità dell’immagine attraverso le conoscenze del disegno, dei collage e delle partiture musicali. Le sue nature morte di teste di pollo, interiora di animali e membra mutilate nobilitano il brutto attraverso l’interpretazione artistica, rendendolo commovente, mediante un bianco e nero con una gamma di toni sottili, ottenuto con l’uso della gelatina d’argento e la tecnica della stampa a contatto. Lo sconcerto della visione cede il passo all’armonia delle forme aprendo lo sguardo ad un messaggio in grado di ricreare una realtà ulteriore, fondata sul convincimento che l’artista abbia il potere di trasformare la percezione della realtà: “se non fossimo capaci di sognare, non saremmo nemmeno in grado di percepire la realtà”.

http://fotogartistica.blogspot.it/2011/03/frederick-sommer-maestri-della.html

https://www.juzaphoto.com/topic2.php?l=it&t=1723238