Mario Giacomelli

Mario Giacomelli

Mario Giacomelli

Mario Giacomelli

Mario Giacomelli ha messo in piedi una visione personalissima di un lontano e mitico mondo rurale. Un viaggio ancestrale ed evocativo in luoghi perduti nella nostra memoria, una fotografia di meditazione ed estemporanea allo stesso tempo.
Fu sempre grande la sua attenzione nei confronti del paesaggio. Ben presto esso divenne lo spazio del pensiero ed il luogo della meditazione. Nel viaggio verso la riscoperta della terra, come un piccolo uomo alla riscoperta dell’umanità, Mario Giacomelli diede il massimo della sua capacità di narrazione evocativa, regalando allo spettatore un mondo ricco di vita, sempre minacciato dalla presenza della morte, una morte palpabile ed unica nel suo genere visivo, una morte naturale e immaginaria che venne raffigurata nella rappresentazione di alberi vecchi, morti, antichi come antichi erano quegli anziani dell’ospizio di Senigallia. Le immagini e le fotografie di Giacomelli rappresentarono uno specchio su delle realtà prima di tutto interiori, poi umane e, in terzo luogo, sociali.

Mario Giacomelli

Le fotografie appaiono proprio come sogni, surreali momenti interiori che dalla realtà traggono solo l’estetica narrativa, ma che nella realizzazione, nella presentazione al pubblico, nello stile, nella tecnica sono finestre sull’io del fotografo. La fotografia di Giacomelli fu una narrazione costante, non creò semplici immagini, creò racconti, storie di vita, di una vita reale interpretata all’interno di schemi psicologici ben precisi. Questi erano: la poesia, l’amore, la paura, i ricordi dell’infanzia, la sensibilità per un’estetica fotografica fatta di meditazione, di stasi, di una quiete che in certi momenti sembrava angoscia, sembrava la trasposizione di sentimenti forti come la vita e la morte, la solitudine. Tra il 1957 e il 1959 Mario Giacomelli realizzava il racconto su Scanno, “…un paese di favola, di gente semplice, dove per la via principale trovi le mucche, le galline, anche persone… E’ bello anche il contrasto tra le strade bianche e il contrasto di donne e di uomini con mantelli scuri” come osserva Ennery Taramelli in Viaggio nell’Italia del Neorealismo.

Mario Giacomelli

Tecnicamente il lavoro si presenta come una registrazione di attimi rubati alla vita comune del paese. Giacomelli espresse al massimo il suo poco considerare l’inquadratura, la messa a fuoco, la perfezione tecnica di ripresa. Si concentrò sulla realtà, sulla gente, sulla campagna, sul lavoro. Diede vita a delle foto probabilmente lontane dalla purezza estetica ma cariche di un senso del reale e della vita raro nei fotografi a lui contemporanei. Anche in quell’esperienza apparve chiaro che la poetica del fotografo si mosse su linee ideali ben precise. Rinunciando all’estetica Giacomelli presentò quelle immagini come il frutto del suo spirito e come la rappresentazione intima delle sue sensazioni ed emozioni.
In queste immagini la fotografia si spoglia del suo essere documentazione diventando elemento di riflessione, il concepimento di una realtà interiore o di una realtà esterna filtrata dalla sensibilità dell’autore. Le figure cessano di essere persone diventando fantasmi.

Mario Giacomelli

Sembrano aggirarsi lentamente in un ambiente surreale, sembrano vivere in una realtà che non è realtà ma costruzione mentale dell’io del fotografo. Quelle figure solitarie sembrano ricordare le suggestioni di quella morte lenta presente nell’ospizio di Senigallia. Sembrano quei vecchi che usciti da quella prigione si aggirano silenziosi per le strade del paese, come se volessero seguire il fotografo, perseguitarlo, diventarne il soggetto primo di ogni sua immagine. Angoscia, senso di morte, oscurità psicologica, purezza. Tutti elementi che coincidono con le foto di Scanno e di quelle foto ne diventano l’ossatura, la testimonianza concreta di un bisogno di fotografare per esorcizzare prima di tutto le proprie paure, i propri ricordi e, poi, per documentare. Scanno è stato un non-documento del Mezzogiorno, è stata la visione di un uomo e lo sfogo di un bambino scosso nella mente dai ricordi di figure scure e oscure. Ha rappresentato un intimo inno alla solitudine esistenziale.

Mario Giacomelli

http://www.mariogiacomelli.it

http://www.ilpost.it/2016/05/18/mostra-foto-di-mario-giacomelli/

Maraini Fosco

Maraini Fosco

Maraini Fosco

Maraini Fosco

Maraini Fosco Nacque a Firenze, il 15 nov. 1912, da Antonio, affermato scultore, e da Yoi Pawlowska Crosse, inglese di origine polacca, vissuta da bambina in Ungheria, scrittrice di novelle e racconti di viaggio. Fin dal bilinguismo familiare, già nella prima infanzia, l’esistenza del M. fu caratterizzata da una molteplicità di abitudini, tradizioni, orizzonti culturali anche in marcato contrasto percepiti con naturale curiosità. Non minore importanza del raffinato ambiente anglo-fiorentino frequentato dai genitori, ebbe, tuttavia – qual riferimento non privo di forte contenuto morale -, un terzo affascinante “mondo”: quello della famiglia del mezzadro della fattoria paterna alle porte di Firenze, personaggio dalle “dimensioni interiori di contadino mediceo” Dopo un’istruzione prevalentemente casalinga, il M. frequentò i primi anni del ginnasio alle Scuole pie fiorentine tenute dagli scolopi, poi per tre anni un collegio a Zugerberg, in Svizzera, e infine il liceo classico Dante Alighieri di Firenze. La sua vera formazione avvenne, tuttavia, grazie a personaggi con cui entrò in contatto fuori della scuola: primi fra tutti, il poliedrico artista, legato al futurismo, E. Michahelles (in arte Thayaht) e il filologo classico G. Pasquali. Gli interessi culturali del M. convivevano e s’intrecciavano con il desiderio di avventura e con l’attrazione per il mondo naturale che furono all’origine, in particolare, della passione per la montagna, sviluppata insieme con gli amici di gioventù. Associatosi al Club alpino italiano (CAI), partecipò a gite sci-alpinistiche sull’Appennino tosco-emiliano e poi sulle Dolomiti, dove ebbe occasione di accompagnarsi anche a grandi scalatori come T. Piaz ed E. Comici.

Maraini Fosco

Nel 1934 pubblicò una Guida dell’Abetone per lo sciatore (Firenze 1934) e, al momento della leva, scelse quasi naturalmente di entrare negli alpini. Altro grande interesse del M., già dall’adolescenza, fu la fotografia. Nel 1932 espose per la prima volta alla Mostra nazionale di fotografia futurista (Trieste, Sala della Permanente del Sindacato belle arti, 1-17 aprile); nel 1936 vinse il primo premio nel concorso nazionale Ferrania. Nel 1932 aveva conosciuto Topazia Alliata di Salaparuta, di passaggio a Firenze, erede di una nobile famiglia siciliana, pittrice e appassionata d’arte, con la quale instaurò subito un forte legame che lo portò a visitare e conoscere la Sicilia, per lui primo esempio di mondo “periferico” ed esotico, intriso di mistero. Nel 1934 il M. ebbe modo di allargare ulteriormente il suo orizzonte nel Mediterraneo e nel vicino Oriente partecipando, come insegnante di inglese dei cadetti dell’Accademia di Livorno, alla crociera del veliero “Amerigo Vespucci”, nel corso della quale poté visitare Alessandria, Beirut, Damasco, Balbek, Tiro, Nicosia e Atene; da questo viaggio nacque il reportage Vacanze di fotografo a bordo d’un veliero apparso in Il Progresso fotografico nell’autunno del 1938, dopo essersi laureato in scienze naturali all’Università di Firenze, il M. accettò una borsa di studio per il Giappone offertagli da un ente governativo, il Kokusai Gakuyu Kai (Associazione internazionale dello studente), e si trasferì con la famiglia a Sapporo, nell’isola di Hokkaido.

Maraini Fosco

Dopo l’8 sett. 1943, avendo rifiutato, con la moglie, di aderire alla Repubblica sociale italiana, fu internato come “nemico”, insieme con le tre figlie, in un campo di concentramento a Nagoya in cui la famiglia rimase fino alla resa del Giappone (15 ag. 1945), sottoposta a privazioni e angherie. Nel Giappone sconfitto e devastato dai bombardamenti, il M. trovò lavoro come interprete dell’8ª armata statunitense. Nel maggio 1946 i Maraini iniziarono il lungo viaggio di rientro in Italia; raggiunsero dapprima Firenze, ma decisero infine di trasferirsi a Bagheria, presso Palermo, nella villa degli Alliata, dove arrivarono nel settembre dello stesso anno. Nel 1947, per conto dell’istituzione statunitense Dumbarton Oaks Research Library, il M. si dedicò al rilievo fotografico sistematico di tutti i mosaici normanni in Sicilia: un’occasione per l’approfondimento della sua conoscenza dell’isola.

Maraini Fosco

L’anno successivo, spinto ancora dal desiderio di “andare a vedere” diversi modi di pensare e civiltà, fu nuovamente in Tibet con Tucci; l’esperienza di questo e del precedente viaggio venne, appunto, raccolta in Segreto Tibet. Per il M. la fotografia era ormai diventata uno strumento di indagine da affiancarsi paritariamente alla scrittura, in un tutto unitario di immagini e parole. Com’egli stesso ebbe modo di confessare, la fotografia intesa come “arte in sé” lo aveva sempre lasciato insoddisfatto. Preferì considerarla solo come uno dei mezzi a sua disposizione per cogliere l’essenza di fatti, civiltà e persone (ibid., p. 262), ma consapevole delle sue potenzialità: ché attraverso l’interpretazione fotografica è possibile, per un verso, arrestare la storia, “congelando” una realtà destinata a trasformarsi o a scomparire, e per l’altro, cogliere i più intimi segreti del “presente vivente”.

http://www.vieusseux.it/vieusseux-asia/biografia-fosco-maraini.html

Felice Beato

Felice Beato

Felice Beato

Felice Beato

Felice Beato nasce nel 1833 (o forse nel 1834) nel protettorato inglese di Corfù e pertanto è cittadino britannico, anche se di origine veneziana. Si dedica alla fotografia probabilmente dopo aver conosciuto a Malta il fotografo James Robertson nel 1850 ed averlo accompagnato a Costantinopoli nel 1851. Di certo i due iniziano a lavorare nel 1853, formando una coppia chiamata “Robertson & Beato”; nell’anno successivo si unisce a loro Antonio, fratello di Felice, per effettuare spedizioni fotografiche a Malta nel 1854-1856 e in Grecia e Gerusalemme nel 1857.

Felice Beato

Felice Beato

I due riprendono circa sessanta immagini della guerra dopo la partenza di Roger Fenton, fotografando in particolare la caduta di Sebastopoli nel settembre 1855. Nel febbraio 1858 Felice Beato giunge a Calcutta ed inizia un lavoro di documentazione delle conseguenze della Ribellione Indiana del 1857. Nel marzo del 1860 arriva in Cina per fotografare la spedizione militare. Fra le sue riprese ve ne sono molte di cadaveri, che, si dice, fin dai tempi dell’India egli facesse disporre in maniera scenografica per aumentare l’effetto drammatico.

Sta di fatto che nel Regno Unito le fotografie di Beato saranno poi utilizzate anche per giustificare la guerra dell’oppio e altre guerre coloniali. Alcune di queste fotografie sono l’unica documentazione esistente di fabbricati che di lì a poco saranno distrutti dalle truppe inglesi per rappresaglia contro la tortura e l’uccisione di venti membri di un gruppo diplomatico anglo-francese.

Felice Beato

Beato è molto attivo e costituisce un corposo archivio di negativi, che però nel 1866 viene distrutto assieme al suo studio nel grande incendio che devasta la città di Yokohama. Nel 1871, non più in società con Wirgman, è il fotografo ufficiale di una spediziona navale statunitense in Corea e nel 1873 viene nominato Console Generale per la Grecia in Giappone. Felice Beato e uno dei pionieri delle riprese fotografiche e del fotogiornalismo, soprattutto del reportage di guerra.

Felice Beato

Felice Beato

Felice Beato

 

Franco Fontana

Franco Fontana

Franco Fontana

Franco Fontana

Franco Fontana e’ uno dei fotografi italiani contemporanei piu’ celebri a livello internazionale. Nato a Modena nel 1933, comincia a fotografare a livello amatoriale nel 1961. Fin dall’ inizio si dedica ad una  ricerca estetica focalizzata sull’ espressione astratta del colore. Tiene le sue prime esposizioni pesonali nel 1965 a Torino e nel 1968 a Modena. Da quel momento la sua carriera sara’ un susseguirsi di successi, coronata da mostre nei piu’ importanti musei a livello mondiale, numerosi premi i e collaborazioni con istituzioni culturali ed aziende di rinomanza mondiale.

Franco Fontana

Franco Fontana e’ un fotografo eclettico, che si e’ cimentato  con successo in vari generi fotografici. Ma  la sua  ricerca si e’ focalizzata soprattutto sull’ utilizzo del colore e delle geometrie. La scelta dei soggetti, che siano paesaggi rurali, industriali o urbani, risulta sempre secondaria rispetto ai due protagonisti delle fotografie di Fontana : il colore e la geometria. Attraverso queste due “leve”, che Fontana maneggia da maestro, le fotografie dei suoi paesaggi non si limitano a rappresentare la realta’, ma ne creano un’astrazione fatta di colori forti, quasi esagerati, e linee nette e marcate.

Franco Fontana

In un’ epoca in cui si ricercava l’astrazione quasi esclusivamente attraverso il bianco e nero, Fontana invento’ un linguaggio nuovo, elegante ed unico, subito apprezzato a livello mondiale. Cosi’ racconta la sua predilezione per il colore in’intervista al National Geographic : ”Fotografo il colore perché fortunatamente vedo a colori: ritengo il colore più difficile del bianco e nero, che è già un’invenzione perché la realtà non è mai accettata per quello che è a livello creativo e conseguentemente va reinventata. Il mio colore non è un’aggiunta cromatica al bianco e nero ma diventa un modo diverso di vedere, essendomi liberato da quelle esigenze spettacolari che hanno caratterizzato la fotografia a colori, accettando il colore come un traguardo inevitabile nell’evoluzione della fotografia.”

Franco Fontana

Franco Fontana

Franco Fontana

Franco Fontana

 

Fratelli Alinari

Fratelli Alinari

Fratelli Alinari

Fratelli Alinari

Nel 1854 i Fratelli Alinari, LeopoldoRomualdo (1830-1899), e Giuseppe (1836-1890) costituiscono una società e da questo momento le loro fotografie recano il timbro a secco ‘Fratelli Alinari Fotografi, Firenze, presso Luigi Bardi’. La produzione di questo periodo si concentra principalmente su panorami, vedute e monumenti, soprattutto di città toscane ma anche di tutta Italia.

Fratelli Alinari

Nel 1861 gli Alinari partecipano all’Esposizione Italiana di Firenze con ben trentacinque opere e continuano a lavorare nel campo delle vedute e delle riproduzioni d’arte, tanto che decidono di fondare lo Stabilimento Fotografico Alinari: la produzione acquista sempre maggiore impulso e vengono scattate migliaia di fotografie in tutta Italia privilegiando le opere d’arte e l’aspetto monumentale delle città. Dopo la morte di Leopoldo, i fratelli continuano ad occuparsi dello stabilimento fino al 1890, quando la gestione dell’azienda passa a Vittorio (1859-1932), figlio di Leopoldo.

A partire dal periodo della direzione di Vittorio, l’attività editoriale dell’Alinari, già praticata con regolarità dal 1888, conosce un nuovo impulso, parallelamente a quella fotografica che viene incrementata attraverso nuove campagne di documentazione artistica e architettonica sul territorio italiano e all’estero. Dal 1893 la Fratelli Alinari si occupa delle edizioni artistiche, spesso ricorrendo ad una raffinata procedura di stampa: la fototipia (o collotipia).

Fratelli Alinari

La morte del figlio di Vittorio, Carlo, avvenuta nel 1910 a soli diciannove anni, in un momento in cui si stava avviando alla continuazione dell’attività di famiglia, segna profondamente la vita del padre. Nel 1921, un anno dopo la costituzione della Fratelli Alinari Società An. I.D.E.A., a chiusura di questa parabola artistica e visiva, Vittorio suggella il suo instancabile operato artistico e letterario pubblicando un’edizione dedicata ai luoghi della Divina Commedia, illustranti il ‘paesaggio italico dantesco’: con questa opera conclusiva egli corona definitivamente la sua prestigiosa attività e quella di un’intera famiglia di fotografi.

Fratelli Alinari

http://www.alinari.it/it/storia.asp

http://www.artericerca.com/Fotografia/I%20Fratelli%20Alinari%20una%20famiglia%20di%20fotografi%20-%20Monica%20Maffioli.htm

 

Gabriele Basilico

Gabriele Basilico

Gabriele Basilico

Gabriele Basilico

Gabriele Basilico e’ probabilmente  il fotografo di paesaggi urbani piu’ conosciuto al mondo. Nato a Milano nel 1944, si laurea in architettura nel capoluogo lombardo nel ‘73, ma abbandona subito la carriera per cui aveva studiato per dedicarsi alla fotografia. All’inizio della sua carriera si dedica all’ indagine sociale. A cavallo fra gli anni ‘70 ed ‘80 l’influenza dei suoi studi in architettura si fa progressivamente spazio nella sua fotografia. Nel 1982 presenta il suo primo successo internazionale, Milano, Ritratti di fabbriche.

Gabriele Basilico

Nel 1984 viene “arruolato” dal governo francese per la Mission Photographique de la DATAR, un progetto di documentazione della trasformazione del paesaggio. Basilico e’ l’unico italiano del gruppo di fotografi selezionati, e gli viene assegnata la tematica “Bord de Mer”. Nel 1991 prende parte ad un’ importante progetto sulla citta’ di Beirut, che stava uscendo, devastata, da 15 anni di guerra civile.  Fra le rovine si muovono sei fotografi, incaricati di imprimere nella memoria la devastazione creata dal conflitto libanese : Oltre a Basilico ci sono Rene’ Burri, Robert Frank, Joseph Koudelka Raymond Depardon e Fouad Elkoury. Le fotografie scattate a Beirut segnano  la sua definitiva consacrazione internazionale.

Da quel momento fin alla fine della sua carriera, interrotasi nel 2013 a causa della morte di Basilico, il fotografo milanese realizza reportage su, in ordine sparso, Berlino, Rio de Janeiro, Shangai, Istanbul,la Silicon Valley, Roma, le valli del Trentino, Mosca. Ha pubblicato oltre sessanta libri fotografici personali, ricevuto numerosi premi internazionali e le sue fotografie sono state esposte in tutto il mondo. L’architettura delle aree urbane e le trasformazioni del paesaggio contemporaneo sono l’oggetto  della ricerca fotografica di Gabriele Basilico, che puo’ essere considerato il primo grande fotografo di spazi architettonici, una figura che fino a quel momento non era mai esisitita.

Gabriele Basilico

“ Mi ero dato una specie di missione” racconta Basilico, “testimoniare come lo spazio urbano si modifica. Oggi lo fanno in tanti, negli ultimi dieci anni e’ stato considerato il lavoro piu’ artistico che ci sia, e non c’e’ citta’ al mondo che non venga fotografata”. Ma quando inizia a fotografare, ancora studente universitario , Basilico si dedica al reportage umanistico ed all’indagine sociale, seguendo l’ “‘onda” dei movimenti degli anni ‘60 e l’esempio del suo maestro ed amico Gianni Berengo Gardin. “Erano anni in cui la coscienza politica ti imponeva di uscire e fotografare il “sociale”: manifestazioni, cortei, operai…” Solo in un secondo momento, gli studi di architettura si fecero progressivamente spazio  nella sua fotografia trasformando Basilico in un “misuratore di spazio”, come amava definirsi lui. Ma fotografare gli spazi urbani per Basilico non e’ semplicemente speculazione sull’ armonia delle forme.  Le citta’ di Basilico sono il frutto dell’opera dell’uomo, il risultato delle trasformazioni sociali ed economiche dell’ epoca industriale e post-industriale.   Basilico crea un proprio stile, immediato e riconoscibilissimo per raccontare le citta’: uno stile documentale e analitico con  cui sembra vivisezionare lo spazio urbano creato dall’uomo.

Gabriele Basilico

Le sue foto non colgono l’attimo, non rubano immagini di vita cittadina come quelle di Berengo Gardin o William Klein,  ma riproducono la complessita’ urbana attraverso  uno sguardo aperto e contemplativo che rimanda a  Walker Evans. Nei suoi scatti e’ quasi del tutto assente la figura umana : “ La fotografia d’architettura, nella grande tradizione, e’ sempre senza persone, non ci sono presenze umane perche’ distraggono dalla forma degli edifici e dello spazio”, racconta Basilico. “Tendo ad aspettare che non ci sia nessuno, perche’ la presenza di una sola persona enfatizza il vuoto e fa diventare un luogo ancora piu’ vuoto. Mentre se lo fai vuoto e basta, allora diventa spazio metafisico, alla Sironi o alla Hopper”.

Gabriele Basilico

Le citta’ di Basilico sono il frutto dell’opera dell’uomo, il risultato delle trasformazioni sociali ed economiche dell’ epoca industriale e post-industriale.   Basilico crea un proprio stile, immediato e riconoscibilissimo per raccontare le citta’: uno stile documentale e analitico con  cui sembra vivisezionare lo spazio urbano creato dall’uomo. Le sue foto non colgono l’attimo, non rubano immagini di vita cittadina come quelle di Berengo Gardin o William Klein,  ma riproducono la complessita’ urbana attraverso  uno sguardo aperto e contemplativo che rimanda a  Walker Evans. Nei suoi scatti e’ quasi del tutto assente la figura umana : “ La fotografia d’architettura, nella grande tradizione, e’ sempre senza persone, non ci sono presenze umane perche’ distraggono dalla forma degli edifici e dello spazio”, racconta Basilico. “Tendo ad aspettare che non ci sia nessuno, perche’ la presenza di una sola persona enfatizza il vuoto e fa diventare un luogo ancora piu’ vuoto. Mentre se lo fai vuoto e basta, allora diventa spazio metafisico, alla Sironi o alla Hopper”.

Gabriele Basilico

Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin e’ un fotografo italiano nato a Santa Margherita Ligure nel 1930.  Cresce e studia a Venezia, la sua vera citta’ natale ( come racconta lui stesso, e’ nato in Liguria solo perche i suoi genitori si trovavano in vacanza li’).  Inizia a dedicarsi alla fotografia all’inizio degli anni ’50. Da quel momento non smettera’ mai di fotografare, accumulando cosi’ un archivio fotografico monumentale capace ti raccontare l’evoluzione del paesaggio e della societa’ italiana dal dopoguerra ad oggi. Fin dall’inizio focalizza la sua attenzione su una varieta’ di tematiche che vanno dal sociale, alla vita quotidiana, al mondo del lavoro foino all’architettura ed al paesaggio. Berengo Gardin e’ quindi un fotografo eclettico, apprezzato a livello internazionale, e che e’ stato spesso accostato a Henri Cartier-Bresson per il lirismo della sua fotografia. Ma e’ lui stesso a negare questo accostamento, pur ribadendo il rispetto per Bresson : “Mi dicono spesso che sono il Cartier-Bresson italiano, in realtà sono il Willy Ronis italiano, anche se una delle cose di cui più mi vanto è la dedica in cui Henri Cartier-Bresson mi scrive: “A Gianni Berengo Gardin con simpatia e ammirazione”. Avere l’ammirazione di Cartier-Bresson è il massimo, poi si può morire in pace.”

Gianni Berengo Gardin

La formazione fotografica di Berengo Gardin ebbe una svolta proprio grazie alla Magnum ( anche se indirettamente), di cui Cartier Bresson e’ stato fondatore : all’ inzio deglia anni ’60 un suo parente americano lo mise in contatto con Cornell Capa, che gli fece avere alcuni libri di fotografia: da quel momento stabilisce che la sua fotografia dovra’ seguire le orme dei grandi fotografi di Life e Magnum, raccontando la societa’ con gli occhi di un artigiano votato all’impegno sociale. Di li’ a poco, mentre mostra le sue foto ad suo amico in un bar, incontra un editore che lo fa entrare nel mondo del fotogiornalismo. Da li’ ebbe inizio una carriera da fotografo professionista che lo ha portato a realizzare oltre 200 mostre in tutto il mondo ed altrettante pubblicazioni. Le sue fotografia affrontano varie tematiche, ma l’indagine sociale e’ cio’ che piu’ caratterizza il lavoro di Berengo Gardin: “Il mio lavoro non è assolutamente artistico” racconta Berengo Gardin “e non ci tengo a passare per un artista. L’impegno stesso del fotografo non dovrebbe essere artistico, ma sociale e civile”, spiega il fotografo veneziano.

Gianni Berengo Gardin

Alcuni suoi lavori hanno toccato tematiche veramente delicate della societa’ italiana. Negli anni ’70 realizza Morire di Classe, un reportage sui manicomi italiani che dette risalto alla battaglia combattuta a quel tempo da Franco Basaglia.  Quella documentazione, condotta da Berengo Gardin insieme a Carla Cerati  fu per l’Italia un vero choc. La fotografia entrava di prepotenza all’interno di strutture proverbialmente chiuse e faceva luce – nel vero senso del termine – su condizioni e situazioni che fino a quel momento non dovevano essere mostrate.  “Si era nel Sessantotto. Franco Basaglia si batteva per la chiusura dei manicomi e insieme a Carla Cerati, fotografa milanese, avevamo realizzato delle fotografie per L’Espresso sui manicomi. Vedendole, Basaglia rimase allibito. Si trattava di fotografie mai viste prima in Italia. Così, abbiamo deciso di farne un libro, Morire di classe, che, con l’aggiunta di testi di Basaglia, ha fatto conoscere all’Italia le condizioni tragiche di questi malati.” In questo modo GianniBerengo Gardin, in un testo recente, ricorda la genesi di uno dei lavori più forti, decisi e importanti della storia del fotogiornalismo italiano.

Gianni Berengo Gardin

Recentemente quella documentazione e’ stata di nuovo raccolta nel libro Manicomi. Psichiatria e antipsichiatria nelle immagini degli anni settanta. Ma Berengo Gardin ha toccato anche molte altri temi, dalla vita dei gitani ai piu’ recenti problemi legati al passaggio delle grandi navi nell sua amata Venezia, che lo hanno portato al centro di un aspra polemica con il sindaco della Serenissima. Anche le numerose fotografie di baci per cui e’ famoso, hanno in realta’ un retroscena che svela  l’intento di analizzare un fenomeno sociale : “Quando ero giovane in Italia era proibito baciarsi in pubblico, ti potevano arrestare per oltraggio al pudore. Così, quando sono arrivato a Parigi, dove tutti si baciavano continuamente, sono diventato un guardone. Mi sembrava così strano che la gente potesse baciarsi dovunque: in strada, in autobus, in treno, che ero invidioso e avido di rubare queste fotografie di baci e la sensibilità per i baci mi è un po’ rimasta attaccata, come se fosse ancora proibito farlo in pubblico, mentre adesso per strada ne fanno di tutti i colori, anche troppo oltre il bacio. Ma l’idea romantica del bacio rubato, mi è comunque rimasta, come una volta, quando i baci si rubavano e questo mi interessava moltissimo.

Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo GardinArchivio Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin

L’archivio di Gianni Berengo Gardin

http://www.internazionale.it/foto/2016/05/18/gianni-berengo-gardin-foto

 

Luigi Ghirri

Luigi Ghirri

Luigi Ghirri

Luigi Ghirri

Nasce a Scandiano (Reggio Emilia) il 5 gennaio 1943. Inizia a fotografare nel 1970 lavorando principalmente per artisti concettuali; in questo anno dà il via varie a ricerche personali che verranno successivamente pubblicate con i titoli diversi. Del 1972-1974 è il lavoro “Colazione sull’erba”; nel 1973 realizza “Atlante” e tiene la prima mostra personale a Modena. Lavora inoltre come grafico e nel 1975 è scelto come “Discovery” dell’anno da “Time-Life”; nello stesso anno è pubblicato un portfolio di otto pagine in “Time-Life Photography Year”. Nel 1977 fonda insieme a Paola Borgonzoni e Giovanni Chiaramonte la casa editrice Punto e Virgola, per i tipi della quale pubblica, in Italia e in Francia, Kodachrome (1978) frutto di una ricerca intrapresa all’inizio del decennio.

Luigi Ghirri

Nel 1979 il CSAC dell’Università di Parma gli dedica una grande mostra monografica. Nel 1982 è invitato all’esposizione “Fotographie 1922-1982” alla Photokina di Colonia. L’anno seguente la rivista “Lotus International” gli affida l’incarico di fotografare il cimitero di Modena di Aldo Rossi. Inizia ora un intenso lavoro finalizzato all’analisi dell’architettura e del paesaggio italiano realizzando volumi su Capri (1983), con Mimmo Jodice, l’Emilia Romagna (1985-1986), Aldo Rossi (1987) ; collabora inoltre stabilmente con la rivista “Lotus International”. Svolge anche un’importante opera di organizzazione di progetti espositivi, tra cui “Iconicittà”(1980) al PAC di Ferrara, “Penisola”(1983) al Forum Stadtpark di Graz, “Viaggio in Italia” (1984), mostra itinerante, e “Descrittiva” (1984) per il Comune di Rimini.

Luigi Ghirri

 Nel 1985 pubblica un volume sulle opere di Paolo Portoghesi e porta a termine un lavoro sulla Città Universitaria di Piacentini, l’anno successivo intraprende il progetto di lettura del paesaggio padano “Esplorazioni lungo la via Emilia”. Nel 1988 viene pubblicato il volume “Il Palazzo dell’Arte“, di A.C. Quintavalle, corredato da una sua ricerca fotografica sui principali musei italiani e stranieri. La sua lunga e profonda riflessione sul tema del paesaggio culmina sul finire degli anni Ottanta con la pubblicazione dei volumi Paesaggio italiano e Il profilo delle nuvole, entrambi del 1989. Nel 1991 conclude un lavoro su Giorgio Morandi, che lo aveva impegnato per due anni. Muore a Roncocesi (Reggio Emilia) il 14 febbraio 1992.

Luigi Ghirri

http://www.archivioluigighirri.it/biografia-fotografia-paesaggio/

http://www.doppiozero.com/materiali/luigi-ghirri-chiedi-alla-nebbia

 

Luigi Ghirri

 

Frederick Sommer

Frederick Sommer

Frederick Sommer

Frederick Sommer

Frederick Sommer è considerato uno dei grandi maestri della fotografia del XX secolo. Nacque il 7 Settembre 1905 ad Angri, ma crebbe in Brasile. Trasferitosi in America, conseguì il master in Landscape Architecture  el 1927 presso la Cornell University di New York. Durante gli studi incontrò Frances Elisabeth Watson, che divenne sua moglie nel 1928. Costretto ad abbandonare la professione per la tubercolosi, dopo aver subito un trattamento in Svizzera, si trasferì in Arizona, prima a Tucson nel 1931 e poi a Prescott nel 1935.

Sommer iniziò ad esplorare la possibilità artistiche della fotografia nel 1938 quando acquistò una macchina fotografica Century Universal Camera 8 × 10. Fu un fotografo autodidatta, imparò a cogliere la moltitudine delle forme e delle luci del deserto come fossero un vocabolario essenziale. Sebbene sia noto, soprattutto, per essere un fotografo innovativo e carico di ossessioni, Sommer fu un artista totale capace di spaziare in molte direzioni. La sua opera fotografica è affascinante per la vasta gamma di metodologie e tecniche.

Frederick Sommer

Sommers non ha mai smesso di fissare ogni aspetto, sino a giungere all’astrazione. I paesaggi desertici dell’Arizona vengono ridotti a schemi isolati: paesaggi piatti, privi di un punto focale, che suggeriscono un nuovo modo di vedere. Artefice di alchimie fotografiche, dai fotomontaggi, ai soggetti evanescenti, Sommer lascia un immenso patrimonio di sperimentazione fatto di sovrapposizioni, filtraggi e negativi sintetici.

Frederick Sommer

Frederick Sommer

Frederick Sommer

Il fotografo ha esplorato le possibilità dell’immagine attraverso le conoscenze del disegno, dei collage e delle partiture musicali. Le sue nature morte di teste di pollo, interiora di animali e membra mutilate nobilitano il brutto attraverso l’interpretazione artistica, rendendolo commovente, mediante un bianco e nero con una gamma di toni sottili, ottenuto con l’uso della gelatina d’argento e la tecnica della stampa a contatto. Lo sconcerto della visione cede il passo all’armonia delle forme aprendo lo sguardo ad un messaggio in grado di ricreare una realtà ulteriore, fondata sul convincimento che l’artista abbia il potere di trasformare la percezione della realtà: “se non fossimo capaci di sognare, non saremmo nemmeno in grado di percepire la realtà”.

http://fotogartistica.blogspot.it/2011/03/frederick-sommer-maestri-della.html

https://www.juzaphoto.com/topic2.php?l=it&t=1723238

 

Elio Ciol

Elio Ciol

Elio Ciol 

Elio Ciol

Elio Ciol nasce a Casarsa della Delizia (Pordenone) nel 1929.

Inizia giovanissimo a lavorare nel laboratorio del padre, acquisisce esperienza tecnica ed elabora un personale modo di esprimersi attraverso la fotografia, soprattutto riguardo al paesaggio. È sempre alla ricerca di nuove dimensioni espressive. Dal 1955 al 1960 è attivo nel circolo fotografico “La Gondola” di Venezia. Nel 1962 partecipa come fotografo di scena al film Gli Ultimi di Vito Pandolfi e Padre David Maria Turoldo.

L’anno dopo, 1963, a Milano, collabora con Luigi Crocenzi alla realizzazione della Fondazione Arnaldo e Fernando Altimani per lo studio e il linguaggio delle immagini. Ha esposto in mostre personali e collettive, in Italia e all’estero. Sue fotografie sono presenti in collezioni private e in istituzioni pubbliche, in Italia e all’estero.

Molti i premi e i riconoscimenti ricevuti nella sua lunga attività.  Nel dicembre 2001 il New York Times gli ha dedicato uno spazio nella sezione Arts and Leisure. Collabora con importanti case editrici.Ha contribuito alla realizzazione di oltre duecento volumi. Da sessant’anni Elio Ciol scrive con la luce, tracciando un lungo e affascinante itinerario fotografico. È autore di numerosi libri fotografici.

Elio Ciol

Elio Ciol

Elio Ciol

Elio Ciol

https://it.wikipedia.org/wiki/Elio_Ciol

http://www.eliociol.it

Dino Pedriali

Dino Pedriali

Dino Pedriali

Dino Pedriali

Nel 2004, in occasione della retrospettiva “Nudi e Ritratti – Fotografie dal 1974/2003″, il critico d’arte Peter Weiermair definì Pedriali come il “Caravaggio della fotografia del Novecento”, riferendosi in particolare al genere del nudo.

Scrisse infatti: «Come Caravaggio prendeva i suoi modelli dalla strada e li nobilitava nei suoi quadri, ostentando la loro bellezza lasciva in vesti mitologiche o bibliche (giovani amori o apostoli senescenti!), e strappando loro i vestiti dal corpo, così anche Pedriali spoglia i suoi modelli proletari mostrandone la forza, l’orgoglio, la muta coscienza di sé.

»Pedriali è sì il Caravaggio della Fotografia ma non tanto per il suo modo di rappresentare, di fotografare, di mettere in scena il corpo nudo dei suoi modelli quanto per la sua singolare adozione di un genere in cui il grande pittore del Seicento eccelleva, la natura morta, che si affermò come genere a sé stante nel Seicento, favorita dalla rivoluzione culturale laica e da un nuovo orientamento artistico di cui fu sommo artefice il Caravaggio.

Durante la seconda e terza settimana di ottobre del 1975 un giovanissimo ma già acutissimo Dino Pedriali ingaggia un corpo a corpo fotografico con il grande Pier Paolo Pasolini, all’apice del suo successo, che verrà assassinato di lì a pochi giorni.Una prima sessione fotografica ha luogo a Sabaudia, nello studio del Poeta, intento al lavoro, per le strade della città, in automobile – la “mitica” Alfa 2000 – e a piedi.Si potrebbe applicare un vero e proprio sistema di catalogazione alla serie dei 77 scatti che Dino Pedriali fece a Pasolini nella seconda e terza settimana di ottobre 1975, in due sedute distanti cinque giorni e collocate in due luoghi diversi.

Dino Pedriali

https://it.wikipedia.org/wiki/Dino_Pedriali

http://www.espoarte.net/arte/dino-pedriali-gli-scatti-che-raccontano-lultimo-pasolini/

http://www.doppiozero.com/materiali/recensioni/pasolini-ritratto-da-dino-pedriali

antonio_beato

Antonio Beato

Antonio Beato

Antonio Beato

L’avvento della fotografia nei paesi bagnati dal Mediterraneo conobbe, nella seconda metà dell’800, una stagione di grande sviluppo e vitalità.L’Egitto in particolare calamitò l’attenzione di una quantità di appassionati della “nouvelle art”. Dopo una fase iniziale caratterizzata principalmente dall’opera di un turismo elitario di ampie facoltà economiche, il progredire delle tecniche di ripresa e di stampa favorì l’instaurarsi di una vera e propria attività commerciale legata alla fotografia.Fra coloro che dedicarono la vita a questo lavoro emerge vistosamente la figura dell’italiano Antonio Beato la cui produzione fotografica si estese per oltre un quarantennio, all’incirca dal 1860 al 1906.

Antonio Beato

La principale caratteristica di Beato è quella di aver documentato in maniera sistematica e precisa il gran numero di monumenti dell’antica civiltà faraonica sparsi nella terra del Nilo. Poco si sa delle origini di Antonio Beato, probabilmente nasce intorno al 1825, nei territori veneziani come il fratello, Felice Beato, con il quale ha collaborato.A causa dell’esistenza di una serie di fotografie firmate “Felice Beato Antonio” e “Felice A. Beato” queste si sono inizialmente attribuite ad un’unica persona, quando nel 1983 lo studioso Italo Zannier ha dimostrato che la firma “Felice Beato Antonio” indicava i due fratelli Felice e Antonio che collaborando insieme avevano condiviso la firma.

Questa firma, continua però ancora oggi, a creare dei problemi nell’identificazione della paternità delle immagini. Nel 1853 Antonio inizia una collaborazione con James Robertson con il quale intraprende una serie di spedizioni fotografiche lungo il Mediterraneo, da Malta alla Grecia fino a Gerusalemme (1854- 1857).Nel 1858 arriva in India, a Calcutta, dove fotografa gli effetti dei Moti Indiani del 1857.Nel 1860 si stabilisce in Egitto e visse per un breve periodo al Cairo. In seguito si trasferì a sud e fu l’unico fotografo della sua generazione ad aprire un atelier permanente a Luxor, nell’Alto Egitto, dove realizza fotografie per i turisti raffiguranti siti archeologici dell’area.

Antonio Beato

Nonostante abbia trascorso tutto il resto della vita in quella città, la sua biografia è piena di vuoti e lacune a causa della mancanza di documenti ufficiali che lo riguardano o della difficoltà di accedere agli archivi governativi egiziani. L’impressionante mole di fotografie, che si sono conservate fino ai giorni nostri, testimonia in maniera inopinabile di quanto la sua opera sia stata importante in un periodo in cui la continua espansione dell’Egitto moderno tendeva ad alienare e oscurare gli antichi monumenti. Muore a Luxor probabilmente nel 1906.

 

Antonio Beato

 

 

Antonio Beato

Antonio Beato

https://it.wikipedia.org/wiki/Felice_Beato

Felice Beato

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Adolfo Farsari

Adolfo Farsari

Adolfo Farsari

Nato a Vicenza nel 1841, Adolfo Farsari condusse una vita turbinosa tra Italia, Stati Uniti e Giappone. Nel 1875 si stabilì a Yokohama, dove rilevò parte del celebre atelier fotografico di Stillfried e Andersen e si dedicò alla fotografia, appresa da autodidatta, con grande successo. Nel 1884 vinse la medaglia d’oro all’esposizione di Calcutta, cinque anni dopo a quella di Berlino. Soggetti delle sue fotografie sono ritratti e scene di vita quotidiana giapponese ricostruite in studio. Rientrò in Italia nel 1890 dove morì otto anni più tardi.

Le sue fotografie furono eseguite con il procedimento all’albumina, tecnica di stampa per contatto inventata da Louis Desiré Blanquart-Evrard nel 1850. La carta veniva ricoperta con bianco d’uovo nel quale erano sciolti bromuro di potassio e acido acetico. Una volta asciutta la carta veniva agitata leggermente sulla superficie di una soluzione di nitrato d’argento, poi di nuovo asciugata.

La carta così sensibilizzata era messa a contatto con il negativo in un telaio di vetro, ed esposta alla luce del sole per diversi minuti, talvolta anche per ore, finché appariva un’immagine. Poi la stampa veniva messa in una soluzione di cloruro d’oro che le dava una sfumatura di un marrone intenso, fissata in iposolfito di sodio, lavata completamente e asciugata.

link verso pagine esterne di Adolfo Farsari

http://blog.ilgiornale.it/franza/tag/adolfo-farsari/?repeat=w3tc

http://www.comune.vicenza.it/uffici/settextra/bertoliana/bibliotecadigitale/farsari.php

 

 

adolfo_farsari

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adolfo_farsari

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