Cotonificio Veneziano Amman

Cotonificio Veneziano Amman

Cotonificio Veneziano Amman

Storia

Articolo di Martina Toffolo

Il cotonificio Amman di Borgomeduna fa parte della realtà architettonica e produttiva del comune di Pordenone dal 1875, anno della sua fondazione.
Nella prima immagine a noi arrivata del complesso, risalente al 1877, pur apparendoci un opificio di dimensioni molto più contenute rispetto alla situazione attuale, è già possibile individuare il linguaggio architettonico caratteristico di questa tipologia di insediamenti produttivi.
Una successione di padiglioni a capanna caratterizzano il prospetto principale, costituendo una lunga cortina interrotta dalla torre dell’orologio, simbolo del tempo del lavoro.
Tutt’oggi lo stesso prospetto che si mostrava alla città dal 1896, si sviluppa lungo Viale Martelli, presentando ancora, pressoché intatte, le eleganti modanature in mattone faccia vista a contorno delle più vaste campiture intonacate.
Persi, a causa dei progressi tecnologici, tutti i sistemi idraulici interni al complesso, rimane ancora inalterato il canale perimetrale all’opificio, realizzato tra il 1904 ed il 1906 e caratterizzato da un imponente salto di più di 10 metri.
Il cotonificio, nel suo sviluppo e nella sua crescita storica, è stato una cittadella della produzione, isolata all’interno della città: un mondo controllato, chiuso su due lati da un importante sistema acqueo e sugli altri da alti muri di recinzione.
Le attività produttive sono nate agli inizi degli anni ’90 e, con la loro conclusione, è iniziato un inesorabile processo degenerativo che ha coinvolto tutti gli ambiti architettonici dell’insediamento. Quello che un tempo era uno degli stabilimenti più importanti della zona, insignito dello stemma reale per la qualità dei prodotti, oggi si mostra come un luogo abbandonato, dove il degrado lascia ogni giorno ferite più imponenti su di un fragile sistema architettonico ed urbano.

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In parallelo alla storia produttiva del complesso si sviluppa un’altra storia: quella dei procedimenti amministrativi atti ad individuare un futuro per il cotonificio Amman che, nel frattempo, cambia più volte di proprietà, rimanendo sempre nelle mani dei privati.
Nel 1992, a seguito della Delibera Regionale n° 118 che concede l’autorizzazione preventiva a 4 zone Hc da individuarsi nel comune di Pordenone, viene emanata la Delibera di Giunta Regionale n° 4911 del 1 ottobre 1992 di autorizzazione alla adozione di variante urbanistica per l’individuazione di una zona Hc nell’area denominata “ex complesso Amman”.
Questo risulta essere il primo atto nel quale si individua un’altra possibile destinazione d’uso per il cotonificio che, in questa fase, prevede la realizzazione di un centro commerciale “Maggiore”, cioè con una superficie di vendita superiore agli 8.000 mq.
Bisognerà attendere il 1999 perché l’Amministrazione Comunale, ai sensi del comma 1 dell’art 12 della L.R. 34/95, con D.C.C. n° 95 del 15 novembre 1999, possa presentare istanza per la modifica del C.C.D. previsto dal Piano Regionale del Commercio da MAGGIORE a MINORE, portando la superficie di vendita massima realizzabile a 8.000 mq.

Variante Urbanistica

La variante urbanistica presentata in Consiglio Comunale nel luglio di quest’anno fa seguito alla delibera n. 2353 dell’8 agosto 2000 della Giunta Regionale, che autorizzava la predisposizione della Variante al P.R.G.C., per l’introduzione della zona omogenea Hc
“…in area situata a sud-est del centro storico, compresa tra il fiume Noncello, viale Martelli e via Canaletto, denominata “Complesso ex Amman”.
La Delibera Regionale ha subordinato l’autorizzazione della variante all’osservanza di una serie di prescrizioni di carattere sia generale che particolare, atte a tutelare le caratteristiche del manufatto e a garantire il suo attento inserimento nel tessuto e nel contesto cittadino.
In quest’ottica veniva richiesto che la variante definisse compiutamente l’organizzazione interna dell’area soggetta a piano attuativo, valutando con attenzione le interferenze e le interconnessioni tra le varie funzioni previste, individuando i rispettivi parcheggi e percorsi viari interni.
Contestualmente veniva richiesto che fosse verificata la compatibilità delle funzioni e dei relativi parcheggi con il mantenimento delle caratteristiche dell’insediamento produttivo storico, per il quale venivano individuate particolari prescrizioni di salvaguardia e tutela e che su tutto il comparto venisse puntualmente considerata la situazione idrogeologica.
Vista poi la particolare e delicata posizione del cotonificio veniva prescritta la necessità dell’individuazione di soluzioni viarie, con particolare attenzione agli eventuali accessi nei nodi di via Rivierasca, piazza Borgo Meduna e via Canaletto, per la quale veniva indicata la necessità di ristrutturazione contestuale all’attivazione del centro commerciale.

Amministrazione

Da questi presupposti l’Amministrazione ha fatto partire un lavoro di progettazione dello strumento urbanistico che ha come finalità quello di rivalutare un ampio ambito di tessuto urbano.
Questo è particolarmente pregevole dal punto di vista dell’archeologia industriale ma isolato dal tessuto urbano complessivo sia dal punto di vista della sua collocazione rispetto alla città, sia per la natura stessa delle funzioni che nella sua storia lo avevano caratterizzato.
L’attenzione quindi si deve focalizzare sia sulle connessioni fisiche con il centro storico ed, in particolare con il quartiere di Borgomeduna, che sulle funzioni da individuare all’interno dell’ambito, sostanzialmente condizionate dai contenuti della Delibera.
Il pregio architettonico del manufatto, considerato uno dei più importanti siti di archeologia industriale presenti sul territorio nazionale, fa si che particolare interesse venga posto alla salvaguardia delle preesistenze.
In quest’ottica viene prescritto che le edificazioni e le trasformazioni ammesse potranno essere effettuate a condizione che non comportino alterazioni degli originari edifici e/o parti di essi, costruiti prima dell’anno 1915.
Per tali edifici e parti di essi vengono ammessi solamente interventi di restauro, conservazione tipologica e di risanamento e gli interventi proposti dovranno rapportarsi all’originario contesto archeologico industriale, salvaguardando le caratteristiche ambientali dell’insediamento produttivo storico, garantendo la leggibilità dell’impianto compositivo dello stesso.

Viene quindi prescritto il mantenimento della Filatura Bassa, dei Magazzini e delle Officine e della Via delle Officine, dell’edificio della Battitura e della Carderia, dei Magazzini dei Cotoni Sodi, della Filatura Nuova e della Centrale Termica con la Ciminiera.
Tutti gli interventi proposti dovranno rapportarsi al contesto archeologico industriale, salvaguardando le caratteristiche ambientali dell’insediamento produttivo storico e la leggibilità dell’impianto compositivo dello stesso con particolare riguardo al rapporto alle altezze tra gli edifici storici e quelli nuovi.
Con queste prescrizioni l’Amministrazione si pone nell’ottica di una salvaguardia puntuale sia dell’impianto che della tipologia dei manufatti, in modo che i nuovi inserimenti edilizi realizzabili non precludano la leggibilità della struttura originaria del complesso.
Per controllare questo processo nella variante viene prescritto che sia parte integrante del P.R.P.C. un progetto di massima architettonico che dovrà chiarire gli aspetti volumetrici e le caratteristiche compositive in rapporto all’inserimento nel contesto ambientale.
In questo modo, per quanto attiene la scelta architettonica, viene superata la prescrizione puntuale subordinando la valutazione finale alla qualità architettonica complessiva e puntuale del progetto.

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Dove sorge?

La tutela del significato testimoniale dell’ambito non può prescindere dalla sua messa in sicurezza relativamente al rapporto con il fiume Noncello.
Il Cotonificio Amman sorge all’interno dell’alveo del fiume, in una zona acquitrinosa di sfogo per il Noncello: su di essa, a causa delle sue caratteristiche idrogeologiche ed orografiche, fino dalla realizzazione dell’opificio non si era sviluppata nessuna attività e non era sorto alcun insediamento.
Le prime opere idrauliche di difesa dell’intero complesso si devono far risalire al 1966: a seguito dell’esondazione di quell’anno, che coinvolgerà tutto lo stabilimento provocando ingenti danni, vennero realizzati argini perimetrali, diaframmi in cemento armato, paratoie, sbarramenti e centrali di pompaggio.
Anche su questo versante la cessazione dell’attività produttiva coincide con la sospensione degli interventi di manutenzione necessari per il mantenimento in funzione di queste opere, situazione che vedrà gran parte del complesso interessato dall’esondazione dell’autunno del 2002.
Viene quindi ritenuto indispensabile subordinare qualsiasi intervento di riqualificazione alla messa in sicurezza idraulica dell’intero complesso e la prima prescrizione a riguardo prevede l’innalzamento della quota idraulica di sicurezza dagli attuali 18,50 m s.l.m. ai 19 m s.l.m., quota definita dagli studi effettuati a seguito dell’esondazione del 2002.

Per garantire la tenuta idraulica del sistema vengono prescritti interventi di restauro, manutenzione ed integrazione di tutte le opere idrauliche presenti e, a tutela del nuovo insediamento produttivo viene previsto che tutti i sistemi di accesso, collocati a quote inferiori ai 19,00 m s.l.m., siano dotati di paratie mobili a tenuta idraulica.
Le limitate opere interrate previste dalla Variante vengono individuate in zone caratterizzate dall’assenza di falde superficiali e dovranno anch’esse risultare a tenuta.
Per garantire poi che non vengano meno le costanti opere di controllo e manutenzione indispensabili per il buon funzionamento di un sistema così articolato, nello strumento urbanistico viene prescritta l’adozione di un piano di manutenzione delle opere di difesa, con individuazione di un coordinatore unico per la gestione degli impianti.
La collocazione del cotonificio all’interno dell’alveo del fiume Noncello viene però interpretata anche come una importante valenza naturalistica.
La salvaguardia dell’integrità vegetazionale delle scarpate esterne dell’argine, la piantumazione della zona in frangia a Viale Martelli che garantisca la leggibilità della facciata del complesso, la riqualificazione naturalistica dell’asse visivo dell’ingresso all’opificio, la mitigazione dell’impatto visivo delle opere di difesa idraulica in cemento armato, la possibilità di valorizzare l’asse visivo del Viale del Seminario sono tutti interventi identificati e prescritti, considerati indispensabili per la realizzabilità dell’intervento.

La vera scommessa sull’integrazione di tutto l’ambito al tessuto urbano dipenderà però principalmente da quanto le funzioni e le destinazioni d’uso che verranno individuate saranno in grado di garantire un uso continuativo e dinamico dell’area.
Per ottenere questo l’Amministrazione, condizionata da una parte dai contenuti della Delibera Regionale, ha scelto di individuare una zona B oltre alla funzione del centro commerciale.
In quest’ambito, lasciando alla proprietà la possibilità di decidere le percentuali, sarà possibile realizzare residenza (per un minimo 30% di S.U), attività direzionali, piccole attività commerciali, attività ricettive – alberghiere, centri culturali, ricreativi e per lo spettacolo, sale per riunioni e per le attività culturali, biblioteche, attrezzature sportive e sale cinematografiche.

Al di la dei vincoli, finalizzati alla salvaguardia e alla tutela dell’intero ambito, saranno le attività, le funzioni, le relazioni che si andranno a definire nell’intero complesso i veri elementi in grado di garantire l’integrazione di questa ricchezza, poco valorizzata, del nostro tessuto urbano.

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Articolo di Walter Bigatton – Guido Lutman

“Lo stabilimento, imponente per mole, elegante nella sua architettura, niveo nella sua facciata,
adagiato su una valle amena irrigata d’acqua e lussureggiante di verde, ora è chiuso.
In esso si è spento il fragore delle macchine; non pulsa più la vita”
“C’è poco altro ormai da fare, non resta che incendiare una fabbrica di tessuti fuor di città …
Da Pordenone giungono cupi rombi di esplosivi, è come se l’alba sorgesse accompagnata da scoppi e ruggiti di fiamme (…)
è il cotonificio che brucia”

Gli episodi narrati dal cronista de “Il Tagliamento” e da Ardengo Soffici rievocano una delle pagine più negative nella storia dell’industria cotoniera pordenonese.
Il primo si riferisce all’incendio nella sala di mezzo e di quella superiore dello stabilimento di Torre, avvenuto il 21 maggio 1916, che provocò il blocco totale della produzione, il secondo è la trascrizione fatta dall’autore de “La ritirata del Friuli”.
Note di un ufficiale della Seconda Armata dei passi contenuti nel diario dell’ufficiale incaricato di accertarsi della distruzione del Cotonificio Amman a Borgo Meduna, verificatasi il giorno 5 novembre 1917.

I toni drammatici e sfiduciati delle due descrizioni trovano riscontro nella documentazione fotografica contenuta nel libro pubblicato dalla “Società Cotonificio Veneziano” nel 1920.
Gli scatti, eseguiti all’indomani della fine del conflitto bellico, ritraggono i profondi danni subiti dai fabbricati e il loro stato di completo abbandono.
Le lesioni nelle murature perimetrali, il crollo di gran parte delle coperture, le macerie presenti nelle sale testimoniano una situazione che appare ormai compromessa e irrecuperabile.
Eppure, accanto a queste immagini, il libro ne propone altre che smentiscono in modo perentorio le tristi previsioni che l’avversità degli eventi faceva supporre.
Infatti, a distanza di pochi anni, gli stabilimenti, grazie a un rapido e febbrile lavoro di ricostruzione, recuperano la loro veste originaria e riconquistano l’importanza e la considerazione di un tempo. La pulizia delle facciate, scandite dal passo regolare delle aperture, l’imponenza dei volumi, la disposizione seriale di nuove e moderne macchine nei reparti dimostrano l’inizio di una ripresa tanto inattesa, quanto benefica per l’economia dell’industria, della città e del suo territorio.

In particolare, le fotografie del Cotonificio di Torre rivelano chiaramente come l’immagine nuova dell’opificio riproponga i caratteri tipologici e morfologici dell’impianto antecedente all’incendio del 1916.
Ma non solo. Se ripercorriamo, con l’ausilio della documentazione iconografica, la storia della fabbrica, ci accorgiamo come questi caratteri siano sempre esistiti e permangano nel tempo, nonostante le inevitabili e continue modifiche dovute a innovazioni tecnologiche, scelte imprenditoriali o esigenze di mercato.
La Filatura di Torre, costruita nel 1838 su due appezzamenti di terreno per cui l’amministrazione comunale aveva concesso ai fratelli triestini Beloz e al consocio Blanch il beneplacito per l’acquisto, è il primo stabilimento cotoniero sorto nel comprensorio  pordenonese.

Come la maggior parte delle realtà industriali di quel periodo, è costituita da un edificio in linea, multipiano, con sezione contenuta e generose aperture lungo i prospetti.
E’ implicito, in questo carattere formale, il riferimento alle settecentesche Workhouses inglesi, dove si concentrava il lavoro di poveri e vagabondi.
Nate sul modello panottico degli edifici pubblici, quali ospedali, caserme, carceri, venivano riprese nelle descrizioni e nei disegni dei manuali di ingegneria civile.
La loro struttura compositiva modulare e razionale consentiva di gestire in modo funzionale le moderne attività lavorative e di esercitare in modo ferreo e attento il controllo delle maestranze. Accanto ad essi esistevano molti altri esempi, meno scientifici e più vernacolari, la cui morfologia derivava dalla tradizione rurale delle architetture locali.
Costruite in zone ricche di corsi d’acqua, lontano dai centri urbani, queste nuove realtà produttive, filande, setifici, tintorie, ereditavano direttamente la propria tecnologia dall’esperienza dei mulini idraulici.

Dall’intreccio di situazioni così diverse per natura e forma, ma pur sempre simili per tecnica e funzione, nascono i cotonifici della prima generazione. E tra essi anche lo stabilimento di Torre. Riconosciamo, infatti, molte analogie con altri impianti di quel periodo: la disposizione planimetrica delle sale, lunghe e strette per consentire la miglior illuminazione dai lati, l’altezza dei volumi a più piani, per distribuire in senso verticale la forza meccanica dell’albero principale, la semplicità dei prospetti originari, impiegati per dare luce ed aria ai reparti più che per ingentilire l’immagine esterna della fabbrica. L’energia idraulica è originata dal Fiume Noncello che, dopo essere stato deviato alcune centinaia di metri più a monte, lambisce l’opificio e lo attraversa nel mezzo, dove viene ricavata la forza motrice da una caduta libera di metri 3,25.

Versione 2 Massimiliano Scarpa photo COTONIFICIO VENEZIANO AMMAN - 2018 - 68 Massimiliano Scarpa photo COTONIFICIO VENEZIANO AMMAN - 2018 - 66

Due immagini ottocentesche, l’affresco di Paolo Paietta di Vittorio Veneto, eseguito nel 1854 nel palazzo Porcia in corso Garibaldi a Pordenone e una litografia del 1857 ad opera di Marco Moro, documentano quanto sopra descritto. Il complesso è costituito da un primo corpo di fabbrica a quattro piani, con diciannove aperture nel lato longitudinale, cinque in quello laterale e da un secondo allineato al precedente, ma più alto di due livelli, con sette finestre lungo il prospetto e una celletta campanaria posta sulla sommità della copertura a due falde.
Ai lati si scorgono una serie di annessi, disposti ortogonalmente o in parallelo rispetto al nucleo produttivo, che si presume ospitassero la residenza per una parte delle maestranze, magazzini, depositi e altre attività accessorie. Nell’insieme le costruzioni appaiono molto razionali ed essenziali, prive di particolari valenze architettoniche.
Per questo motivo entrambi gli autori non limitano la rappresentazione dell’opificio al ritratto in primo piano, ma scelgono di allargare il campo visivo all’ambiente circostante per poter cogliere quegli elementi del paesaggio adatti a nobilitare l’intera scena. Il fiume Noncello con la natura rigogliosa delle sue sponde, la chiesa e il castello, le montagne sullo sfondo diventano gli elementi che identificano il luogo, i riferimenti simbolici che sanciscono l’appartenenza della nuova industria alla realtà territoriale della Destra Tagliamento.

Assieme ad altri documenti – l’affresco sempre di palazzo Porcia con soggetto la tessitura di Rorai, sorta nella zona dei laghetti, e un acquerello del pittore Friscalz del 1877 che ritrae la Filatura di Cotoni di Pordenone – le due testimonianze della fabbrica di Torre compongono un suggestivo panorama documentaristico sull’intensa attività imprenditoriale di quel periodo.
Ed è importante notare come i soggetti, pur diversi per forma e architettura, trovino, nella rappresentazione pittorica, diverse analogie: l’ambiente campestre fa da cornice agli opifici, in secondo piano si riconoscono gli edifici più significativi, tutta la scena è costruita in modo da mostrare i nuovi manufatti ben inseriti nel loro contesto.
E’ evidente come l’intento comune degli autori sia quello di celebrare la nascita dell’industria e, allo stesso tempo, di conquistare il consenso dello spettatore smorzando con le forme e i colori consueti del paesaggio bucolico la presenza di moderni e atipici protagonisti.

Per quanto duramente provato dalla crisi commerciale del 1858-59 e ancora più dalla crisi cotoniera provocata dalla guerra civile americana (1861-1864), lo stabilimento si presenta, nel 1866, notevolmente potenziato rispetto all’insediamento iniziale: la capacità della filatura è di 20.000 fusi, mentre gli addetti sono 649, di cui 40 impiegati nell’annessa tintoria.
Al momento dell’unità lo stabilimento non solo costituisce l’unica società anonima dell’intero circondario amministrativo di Pordenone, ma è anche il solo, insieme al lanificio Rossi di Schio, di una qualche importanza nell’intero territorio veneto.
Lo stabilimento dispone anche di una officina meccanica in cui si riparano le macchine impiegate nella lavorazione del cotone per lo più importate dalla Svizzera e si provvede perfino a costruire direttamente alcune di esse. Nell’officina si lavora anche per conto terzi: parecchie macchine vengono vendute allo stesso lanificio Rossi, nonché ad altri lanifici di Schio e di Treviso.

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Nell’altra frazione di Rorai Grande c’è infine il terzo anello del gruppo costituito da una tessitura meccanica.
L’opificio, costruito nel 1846 utilizza l’energia prodotta da una turbina collocata sulla caduta del vicino laghetto.
In tutti e tre gli stabilimenti del gruppo si lavora 12 ore al giorno; si lavora anche di notte e in tal caso l’orario è di “sole 10 ore”.
L’orario diurno invernale è invece di 11 ore.
Il cotone adoperato, circa 800 mila chilogrammi all’anno, proviene dall’America, dall’India e dai paesi del levante.
Il prodotto medio annuo è di 270 mila filati e 32 mila pezze di tela; il valore medio della produzione viene dichiarato in due milioni di lire.

A dimostrazione dello sviluppo economico e dell’evoluzione tecnologica dell’opificio rimangono alcune cartoline di fine Ottocento e inizio Novecento dalle quali si evince una progressiva estensione dell’impianto, con nuovi reparti e magazzini a ridosso di quelli originari.
Prima di proseguire nella descrizione delle singole immagini è utile osservare come il trascorrere del tempo abbia profondamente rivoluzionato non solo l’assetto planivolumetrico della fabbrica, ma anche la tecnica per la sua rappresentazione: al dipinto si sostituisce la fotografia, alle tavole e ai colori le lastre di ioduro d’argento.
A questo corrisponde anche un modo diverso di descrivere l’industria: mentre prima, nei dipinti, lo scopo era quello di ottenere, attraverso un’inquadratura allargata che comprendesse anche gli elementi conosciuti e familiari del circondario, il riconoscimento della critica locale, ora, con la fotografia, il soggetto da riprendere ha già raggiunto il successo e la fama e, quindi, può concedersi un ruolo da protagonista. Non è più necessario ritrarre l’ambiente limitrofo, è molto più importante focalizzare l’attenzione sulla fabbrica e sulle parti più significative.
Di conseguenza il punto di vista dei primi dipinti, con la chiesa, il castello di Torre e le montagne alle spalle, viene ruotato di centottanta gradi per inquadrare l’ingresso principale al cotonificio.

Dalla didascalia della prima cartolina ritrovata nell’archivio fotografico di Gino Argentin, avente annullo postale del 20 gennaio 1891, si apprende innanzi tutto l’avvenuto avvicendamento dell’azienda dalla ditta Belaz Fratelli & Blanc alla Jenny, Barbieri & C..
La cessione della proprietà è conseguenza di una condizione finanziaria che è progressivamente peggiorata negli anni.

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Da un lato la guerra del 1866, portatrice di una “terza crisi” per tutte le fabbriche del Veneto, dall’altro il grande sviluppo dell’industria lombarda di fine anni ’70 determinano un inevitabile declino. I dati occupazionali e di produzione di quel periodo non sembrano comprovare la gravità della situazione. Tutt’altro.
Nel 1873 gli addetti della filatura sono 800, quelli della tintoria 60 e quelli della tessitura 340.
Complessivamente i dipendenti del gruppo raggiungono le 1.200 unità, contro i circa 870 di poco tempo prima.
La tessitura che prima del 1866 consumava 180 pacchi di filato al giorno, ne impiega 300 nel 1869; la tintoria ne impiega 100 contro i 40-50 di prima della guerra; la torcitura che impiegava 50 pacchi di filato al giorno, ora ne torce circa 125.
Nonostante questo, nel 1887 l’azienda è in grave difficoltà per la concorrenza dei nuovi stabilimenti, più moderni e avanzati, e rischia di dover chiudere i battenti.
L’arresto della produzione viene evitato grazie all’intervento di una società di capitalisti con sede a Venezia (Banca Veneta di Depositi e Conti Correnti, Herrmann, Barbieri, Jacob Levi & Figli, E. Treves) che acquista la proprietà dell’intero complesso esponendo un capitale di un milione e mezzo.
La ditta assume inizialmente la ragione sociale di Herrmann, Barbieri & C., per poi mutarla, a distanza di due anni, in Jenny, Barbieri & C..

Il ritratto del 1891 non presenta cambiamenti sostanziali rispetto al nucleo originario: rimangono inalterati sia il corpo di fabbrica principale con la celletta campanaria, che quello più basso ad esso adiacente. Le novità riguardano invece le zone limitrofe, dove la vegetazione spontanea, presente nei ritratti pittorici di metà secolo, lascia il posto a reparti di nuova costruzione, distribuiti in modo estensivo in tutta l’area di pertinenza dell’industria.
Il prospetto principale, rivolto verso il vicino borgo, viene così caratterizzato dalla disarticolazione di manufatti tra loro eterogenei e dal forte contrasto tra i volumi dominanti delle preesistenze e lo sviluppo lineare degli impianti più recenti. Completano il quadro due ciminiere che, imperiose nella loro altezza, segnalano a distanza l’attività febbrile di uomini e macchine.

Nel 1894 la società Cotonificio veneziano, proprietaria di una filatura a Venezia, subentra alla ditta Jenny, Barbieri & C. e gli stabilimenti di Torre, insieme a quelli di Rorai, passano sotto la ragione sociale Cotonificio veneziano.
Da subito l’industria con abili tecnici e rappresentanti si afferma sul mercato cotoniero per qualità e quantità.
Case commerciali d’Italia, Romania, Bulgaria, Turchia, Argentina e Brasile assorbono la produzione di filati e tessuti del Veneziano il cui complesso nel 1899 conta nell’intero comprensorio pordenonese ben 31.000 fusi e 560 telai e occupa circa 1.600 operai.
Non è, dunque, un caso che in questo periodo, più che in ogni altro, le trasformazioni della fabbrica e le testimonianze a queste relative diventino numerose e rapide, quasi a voler manifestare con le architetture il progresso tecnologico e l’incremento della produzione.

Una cartolina del 1898 raffigura l’opificio modificato in molte sue parti.
La prima e più evidente trasformazione riguarda il corpo di testa originario: i sei piani sono diventati quattro; il tetto a due falde ha lasciato il posto a una copertura piana; l’elegante celletta campanaria è stata demolita per lasciar posto ad una massiccia torre dell’orologio.
Ma non solo: a nord un nuovo reparto su due livelli, in linea col precedente, si sviluppa lungo otto campate longitudinali e sei laterali con copertura a shed; a sud due fabbricati, disposti ortogonalmente rispetto agli edifici che li precedono, svolgono le funzioni di magazzino.
Rimangono invece immutati il manufatto a due falde retrostante quello principale e gli altri annessi situati a ridosso dell’ingresso alla fabbrica.

Non trascorre neanche un decennio che un’altra immagine, del 2 settembre 1908, ripresa dalla stessa angolazione di quella precedente, documenta nuove trasformazioni.
Le modifiche più importanti riguardano la zona d’ingresso, dove un reparto, alto tre piani e scandito da otto aperture laterali e sei frontali, viene realizzato in continuità con i manufatti già esistenti. Nel suo insieme la fabbrica si contraddistingue sempre più per la coerenza formale e tipologica dei suoi elementi.
Infatti, se si escludono gli edifici accessori, destinati a officine e depositi, i volumi principali, che ospitano le sale di produzione, si sviluppano secondo l’ordine originario determinato dall’asse longitudinale nord sud. Questa continuità trova riscontro nell’assetto planimetrico, dove si legge chiaramente la successione dei moduli scanditi dalle colonne, interrotte soltanto dai muri divisori delle singole unità. Il sistema, seppur rigoroso nel rispetto delle regole organizzative imposte dal lay out lavorativo, non appare statico nella sua configurazione volumetrica: ogni reparto si distingue per un diverso numero di piani.
L’insieme costruttivo diventa così dinamico, il movimento dei prospetti è dato dal continuo susseguirsi di altezze differenti.

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Dal punto di vista architettonico, le facciate dei singoli fabbricati non presentano elementi di particolare pregio.
Ad eccezione della torre dell’orologio, che si distingue per una maggiore cura nei dettagli costruttivi, i fronti sono estremamente essenziali, privi di decori e ornamenti, disomogenei tra loro nel rapporto tra pieni e vuoti. Unici elementi di rilievo sono le paraste in pietra agli angoli e la soprastante balaustra del fabbricato di ingresso.

Negli anni immediatamente successivi tutti gli sforzi della società sono concentrati sull’obiettivo dell’aumento della produzione e della produttività, e ciò a seguito di una forte ripresa del settore industriale e, in particolare, di quello cotoniero, che, proprio all’inizio del secolo, interessa tutto il paese.
Una cartolina con timbro postale del 19 giugno 1915 testimonia il momento positivo dell’azienda.
Gran parte dell’impianto, infatti, presenta modifiche e ampliamenti di rilievo. A destra, guardando il cancello di ingresso, viene realizzata una elegante palazzina destinata a residenza, con padiglione centrale su due livelli e ali laterali a un piano e sovrastante terrazza.
Alle sue spalle, lungo il lato sinistro del percorso che serve in tutta lunghezza la fabbrica, si scorge un nuovo manufatto bipiano con prospetto principale caratterizzato da dodici aperture, a due a due binate, e quello laterale da dieci singole. Nella zona retrostante il blocco con la torre dell’orologio, invece, è stato demolito il fabbricato originario a due falde per lasciare il posto a un edificio su tre livelli. Nel suo insieme, pur confermando il movimento in alzato dei volumi, l’intero complesso appare omogeneo e coerente, con elementi costruttivi, come la copertura piana, e dettagli di facciata, come le paraste d’angolo, le grandi vedute ad arco ribassato, i cornicioni e le balaustre, uniformi e continui.

Ma l’immagine fiorente e del cotonificio è destinata a mutare in breve tempo. A partire dal 1914, con l’inizio della grande guerra, le interruzioni improvvise dei traffici e quindi dell’accesso ai mercati esteri per l’esportazione comportano un eccesso di prodotto che rimane invenduto a magazzino.
Ne consegue una drastica riduzione dei ritmi di lavoro che, con l’ingresso dell’Italia in guerra, il 23 maggio 1915, scaturisce nel blocco pressoché totale delle attività.
Si avvicina così il 21 maggio 1916,

“ad accrescere le difficoltà, nella sala di mezzo dello stabilimento si verificò un incendio,
le cui fiamme si estesero anche alla sala superiore, provocando il crollo del pavimento in cemento armato.
Durante l’opera di spegnimento vennero danneggiate anche altre due sale”.

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Oltre a questo, a distanza di poco più di un anno, l’occupazione austro-tedesca del 5 novembre 1917.
Le fotografie pubblicate dalla Società Cotonificio Veneziano nel 1923 documentano l’entità dei tristi eventi: cumuli di macerie nelle sale interne, solai e murature esterne gravemente danneggiate ritraggono uno scenario desolante. Sono, paradossalmente, queste immagini di distruzione e abbandono che consentono oggi di conoscere quale fosse l’impianto della fabbrica prima della sua ricostruzione e di fornire una quantità inaspettata di particolari fino a quel momento ignoti.
E così, oltre a ritrovare i contorni ormai familiari della torre dell’orologio o la presenza imponente della ciminiera, scopriamo da vicino il tracciato del canale che portava l’acqua nell’industria e la attraversava proprio nel mezzo per poi proseguire, sempre a cielo aperto, fino al vicino Noncello, scorgiamo i prospetti più nascosti e meno rappresentativi, caratterizzati dalla successione di volumi accessori tra loro eterogenei, vediamo per la prima volta i tralicci per la distribuzione dell’energia elettrica.
Anche le fotografie degli interni costituiscono un prezioso bagaglio informativo.

L’estensione in piano e in altezza dei reparti, il loro rigore funzionale e lo schema modulare dei componenti – le colonne in ghisa, i solai in travi di ferro con voltine in calcestruzzo, la muratura perimetrale – definiscono un telaio all’interno del quale è agevole ripercorrere il tragitto che il cotone seguiva durante le diverse fasi del lavoro.
Da queste immagini si passa immediatamente a quelle post ricostruzione.
Il confronto è stridente. Dal paesaggio cupo e squallido del dopo incendio si passa alla piacevole visione di una fabbrica rimessa a nuovo e operosa.
Nonostante ciò, a ben guardare, non si può non riconoscere il fatto che la veste di prima, seppur macchiata dalla gravità degli eventi, sia nella sostanza molto simile alla figura distinta e pulita che segue. L’ingombro dei volumi principali è sempre lo stesso, come pure la finitura delle facciate e la scansione regolare delle sale.
Da qui si comprende come l’intento della proprietà sia stato la conservazione e il consolidamento degli edifici danneggiati, senza alterarne le caratteristiche morfologiche.
Le uniche varianti riguardano la struttura delle parti ormai irrecuperabili, consistenti nella sostituzione delle colonne in ghisa e delle travi in ferro con pilastri e travi in calcestruzzo.
Notiamo infine, per la prima volta, la presenza di un edificio lungo il lato est dell’impianto, immediatamente dopo il canale artificiale.
Si tratta di un manufatto dallo stile chiaramente neo gotico, ricercato nella forma e impreziosito da una torretta al centro del lato sud.
La sua altezza, il ritmo regolare delle aperture e la copertura piana con balaustra costituita da montanti in muratura e ringhiera in ferro riprendono fedelmente i caratteri delle parti limitrofe.

Massimiliano Scarpa photo COTONIFICIO VENEZIANO AMMAN - 2018 - 46

 

LO STRUMENTO URBANISTICO

Il complesso edilizio di Torre e le aree ad esso adiacenti hanno destinazioni urbanistiche diverse a seconda della natura e della vocazione urbana delle stesse.
In particolare il P.R.G.C. prevede per i diversi ambiti le seguenti classificazioni:
ZONA ADArcheologia Industriale (art. 33 delle N.T.A. del P.R.G.C.)
ZONA D3 – Zona degli insediamenti industriali e artigianali esistenti (art. 46 delle N.T.A. del P.R.G.C.)

ZONA per Servizi ed Attrezzature collettive di interesse sovra comunale: Parco Urbano Comprensoriale (art. 61.1 delle N.T.A. del P .R.G.C.)
ZONA ARC – Archeologica (art. 31 delle N.T.A. del P.R.G.C.)
In particolare la zona “AD – Archeologia Industriale” è sottoposta ad attuazione indiretta, ovvero alla stesura di un piano urbanistico particolareggiato di iniziativa privata in grado di coordinare i diversi interventi progettuali in rapporto alla “valenza pubblica” degli stessi, garantendo la partecipazione collettiva alle scelte assunte dall’Amministrazione Comunale.

Massimiliano Scarpa photo COTONIFICIO VENEZIANO AMMAN - 2007 - 2018 - 1

Gli obiettivi fondamentali che il P.R.P.C. deve porsi sono quelli della salvaguardia delle preesistenze storiche di valore testimoniale ed ambientale, la risoluzione dei problemi viabilistici determinati dal nuovo utilizzo dell’area, anche su larga scala.
I nuovi inserimenti edilizi, necessari per l’adeguamento della preesistenza alle nuove esigenze funzionali, dovranno garantire la leggibilità dell’impianto originario, sia dal punto di vista compositivo che del linguaggio architettonico.
In particolare andranno ripristinati con operazioni di recupero gli elementi di archeologia industriale legati all’utilizzazione di canali e corsi d’acqua.

Al fine di un effettivo e reale recupero e valorizzazione dell’ex impianto industriale, sono ammesse le seguenti destinazioni d’uso:
– residenza;
– attività commerciali al dettaglio con superficie di vendita inferiore a 400 mq;
– attività direzionali;

– attività ricettive alberghiere;
– attività artigianali di servizio alla residenza;
– servizi ed attrezzature collettive;
– sale per riunioni, esposizioni, biblioteche ed attrezzature sportive integrate ad attività commerciali, centri medico sanitari, poliambulatori per cure fisiche ed estetiche.

Massimiliano Scarpa photo COTONIFICIO VENEZIANO AMMAN - 2018 - 1

UN’IPOTESI DI PROGETTO

La frase del cronista del Tagliamento, citata all’inizio della narrazione storica, presenta una significativa analogia con la situazione odierna della fabbrica: oggi come allora, nel visitare i reparti ormai da tempo abbandonati, percepiamo un’atmosfera desolante e avvertiamo forte il contrasto tra il fascino di un passato illustre e l’immobilità decadente del presente.
Eppure, nonostante il profondo degrado delle strutture, rimane ancora evidente ciò che il cotonificio è stato. Non solo.
Riusciamo anche a immaginare quello che potrebbe essere: “imponente per mole, elegante nella sua architettura, niveo nella sua facciata”, ma soprattutto vivo nel suo essere “adagiato su una valle amena irrigata d’acqua e lussureggiante di verde”.

Per raggiungere tale scopo crediamo sia importante, prima di tutto, cogliere lo spirito dinamico del luogo, guardare ai reparti che compongono l’opificio come spazi un tempo governati da continue evoluzioni tecnologiche e strutturali, dove tutto poteva essere trasformato, senza snaturarsi mai.
Da qui può ripartire la progettazione del cotonificio: dalla destrutturazione di ciò che il tempo ci ha consegnato, alla ricomposizione dell’immagine consolidata nella memoria collettiva, da un’antica fabbrica, suggestiva ma abbandonata, alla proiezione futura della città, che è stata, nel suo passato, industria.

Accanto a questo, c’è anche un altro aspetto che contraddistingue e valorizza l’opificio.
Riguarda il suo contesto ambientale, lo stretto legame con il fiume Noncello e il paesaggio naturale che lo circonda.
Gli obiettivi di un progetto di recupero potrebbero così essere riassunti:

-demolizione dei manufatti che compromettono la percezione sedimentata dell’impianto industriale;
-riproposizione degli edifici più significativi, o parte di essi, andati perduti negli ultimi anni a causa dell’incuria e dell’abbandono; ricomposizione degli edifici in funzione dei nuovi utilizzi, nel rispetto dell’immagine sedimentata nella memoria collettiva;
-creazione di spazi di relazione in modo da ordinare le diverse funzioni e generare una nuova area urbana integrata con il territorio; realizzazione di percorsi pedonali e ciclabili attrezzati di collegamento tra fabbricati ed aree funzionali;
-recupero dell’ambiente fluviale e del suo rapporto con gli edifici;
-valorizzazione dell’area verde in proiezione urbana, favorendo lo sviluppo di relazioni tra il nuovo insediamento, l’abitato di Torre ed il capoluogo;
-rapporto tra la fabbrica e gli edifici più rappresentativi dell’intorno (castello e pieve di Torre).

Massimiliano Scarpa photo COTONIFICIO VENEZIANO AMMAN - 2018 - 10 Massimiliano Scarpa photo COTONIFICIO VENEZIANO AMMAN - 2018 - 12

Ubicazione ed Urbanistica

Massimiliano Scarpa photo COTONIFICIO VENEZIANO AMMAN - 2018 - 7

aerea grande media

 

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