Fotografi Italiani

Maraini Fosco

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Maraini Fosco Nacque a Firenze, il 15 nov. 1912, da Antonio, affermato scultore, e da Yoi Pawlowska Crosse, inglese di origine polacca, vissuta da bambina in Ungheria, scrittrice di novelle e racconti di viaggio. Fin dal bilinguismo familiare, già nella prima infanzia, l’esistenza del M. fu caratterizzata da una molteplicità di abitudini, tradizioni, orizzonti culturali anche in marcato contrasto percepiti con naturale curiosità. Non minore importanza del raffinato ambiente anglo-fiorentino frequentato dai genitori, ebbe, tuttavia – qual riferimento non privo di forte contenuto morale -, un terzo affascinante “mondo”: quello della famiglia del mezzadro della fattoria paterna alle porte di Firenze, personaggio dalle “dimensioni interiori di contadino mediceo” Dopo un’istruzione prevalentemente casalinga, il M. frequentò i primi anni del ginnasio alle Scuole pie fiorentine tenute dagli scolopi, poi per tre anni un collegio a Zugerberg, in Svizzera, e infine il liceo classico Dante Alighieri di Firenze. La sua vera formazione avvenne, tuttavia, grazie a personaggi con cui entrò in contatto fuori della scuola: primi fra tutti, il poliedrico artista, legato al futurismo, E. Michahelles (in arte Thayaht) e il filologo classico G. Pasquali. Gli interessi culturali del M. convivevano e s’intrecciavano con il desiderio di avventura e con l’attrazione per il mondo naturale che furono all’origine, in particolare, della passione per la montagna, sviluppata insieme con gli amici di gioventù. Associatosi al Club alpino italiano (CAI), partecipò a gite sci-alpinistiche sull’Appennino tosco-emiliano e poi sulle Dolomiti, dove ebbe occasione di accompagnarsi anche a grandi scalatori come T. Piaz ed E. Comici.

Maraini Fosco

Nel 1934 pubblicò una Guida dell’Abetone per lo sciatore (Firenze 1934) e, al momento della leva, scelse quasi naturalmente di entrare negli alpini. Altro grande interesse del M., già dall’adolescenza, fu la fotografia. Nel 1932 espose per la prima volta alla Mostra nazionale di fotografia futurista (Trieste, Sala della Permanente del Sindacato belle arti, 1-17 aprile); nel 1936 vinse il primo premio nel concorso nazionale Ferrania. Nel 1932 aveva conosciuto Topazia Alliata di Salaparuta, di passaggio a Firenze, erede di una nobile famiglia siciliana, pittrice e appassionata d’arte, con la quale instaurò subito un forte legame che lo portò a visitare e conoscere la Sicilia, per lui primo esempio di mondo “periferico” ed esotico, intriso di mistero. Nel 1934 il M. ebbe modo di allargare ulteriormente il suo orizzonte nel Mediterraneo e nel vicino Oriente partecipando, come insegnante di inglese dei cadetti dell’Accademia di Livorno, alla crociera del veliero “Amerigo Vespucci”, nel corso della quale poté visitare Alessandria, Beirut, Damasco, Balbek, Tiro, Nicosia e Atene; da questo viaggio nacque il reportage Vacanze di fotografo a bordo d’un veliero apparso in Il Progresso fotografico nell’autunno del 1938, dopo essersi laureato in scienze naturali all’Università di Firenze, il M. accettò una borsa di studio per il Giappone offertagli da un ente governativo, il Kokusai Gakuyu Kai (Associazione internazionale dello studente), e si trasferì con la famiglia a Sapporo, nell’isola di Hokkaido.

Maraini Fosco

Dopo l’8 sett. 1943, avendo rifiutato, con la moglie, di aderire alla Repubblica sociale italiana, fu internato come “nemico”, insieme con le tre figlie, in un campo di concentramento a Nagoya in cui la famiglia rimase fino alla resa del Giappone (15 ag. 1945), sottoposta a privazioni e angherie. Nel Giappone sconfitto e devastato dai bombardamenti, il M. trovò lavoro come interprete dell’8ª armata statunitense. Nel maggio 1946 i Maraini iniziarono il lungo viaggio di rientro in Italia; raggiunsero dapprima Firenze, ma decisero infine di trasferirsi a Bagheria, presso Palermo, nella villa degli Alliata, dove arrivarono nel settembre dello stesso anno. Nel 1947, per conto dell’istituzione statunitense Dumbarton Oaks Research Library, il M. si dedicò al rilievo fotografico sistematico di tutti i mosaici normanni in Sicilia: un’occasione per l’approfondimento della sua conoscenza dell’isola.

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L’anno successivo, spinto ancora dal desiderio di “andare a vedere” diversi modi di pensare e civiltà, fu nuovamente in Tibet con Tucci; l’esperienza di questo e del precedente viaggio venne, appunto, raccolta in Segreto Tibet. Per il M. la fotografia era ormai diventata uno strumento di indagine da affiancarsi paritariamente alla scrittura, in un tutto unitario di immagini e parole. Com’egli stesso ebbe modo di confessare, la fotografia intesa come “arte in sé” lo aveva sempre lasciato insoddisfatto. Preferì considerarla solo come uno dei mezzi a sua disposizione per cogliere l’essenza di fatti, civiltà e persone (ibid., p. 262), ma consapevole delle sue potenzialità: ché attraverso l’interpretazione fotografica è possibile, per un verso, arrestare la storia, “congelando” una realtà destinata a trasformarsi o a scomparire, e per l’altro, cogliere i più intimi segreti del “presente vivente”.

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